La tana del Coniglio

e altre storie fantastiche

Il 5 Giugno 2008 un’emozionata J.K. Rowling salì su un palco nel giorno delle celebrazioni per la consegna dei diplomi ai laureati di Harward.

Quella folla di giovani graduati e ambiziosi circondati dai stendardi rossi recanti lo stemma di Harward sembrava la convention dei primi della classe di Grifondoro. Ad un simile pubblico la Rowling raccontò quanto è importante apprendere la cultura del fallimento.

“Le vostre qualifiche, il vostro CV, non sono la vostra vita, sebbene possiate incontrare molte persone della mia età e oltre che confondono le due cose. La vita è difficile, è complicata, è oltre la possibilità di essere totalmente sotto controllo, è l’umiltà di sapere che sarete capaci di sopravvivere alle sue sfide.”

Di seguito lo speech integrale e il video del discorso:

La prima cosa che mi piacerebbe dire è “grazie”. Non solo Harvard mi ha dato questo straordinario onore, ma le settimane di paura e nausea che ho avuto al pensiero di aprire questo evento mi ha fatto perdere peso. Doppia vittoria! Ora tutto ciò che devo fare è prendere una grande respiro, adocchiare i rossi stendardi e sentirmi stupida nel credere di essere alla convention dei primi della classe del mondo di Harry Potter.

Fare questo discorso è una grande responsabilità; o così pensavo fino a quando sono tornata indietro con la mente alla mia laurea. Al mio posto quel giorno c’era la brillante filosofa inglese Baronessa Mary Warnock. Riflettere sul suo discorso mi ha aiutato enormemente a scrivere questo, perché è andata a finire che non posso ricordare ogni singola parola che disse. Questa liberante scoperta mi ha permesso di procedere senza alcuna paura di influenzarvi inavvertitamente ad abbandonare le promettenti carriere nel mondo degli affari, della legge o della politica per il frivolo piacere di diventare un mago omosessuale.

Vedete? Se tutto ciò che vi ricorderete nei prossimi anni è la battuta “gay wizard”, sono già un passo avanti alla Baronessa Mary Warnock. Obiettivi raggiungibili: il primo passo verso il miglioramento personale.

In realtà, ho devastato la mia mente e il mio cuore per cercare quello che avrei dovuto dire oggi. Mi sono chiesta cosa avrei desiderato sentire alla mia cerimonia di laurea, e quali importanti lezioni io avessi imparato in questi 21 anni che sono passati da quel giorno.

E mi sono comparse due risposte. In questo fantastico giorno in cui siamo tutti riuniti per celebrare i vostri successi accademici, ho deciso di parlarvi dei benefici del fallimento. E mentre siete sulla soglia di quella che qualche volta chiamate “vita reale”, voglio decantare l’importanza cruciale dell’immaginazione.

Queste possono essere donchisciottesche o paradossali scelte, ma per favore abbiate pazienza con me.

Guardare indietro a 21 anni fa quando mi ero appena laureata non è del tutto un esperienza incoraggiante per la 42 enne che sono diventata. A metà della mia vita stavo facendo il bilancio tra le mie ambizioni e ciò che amici e familiari si aspettavano da me.

Ero convinta che l’unica cosa che avrei voluto fare, sempre, fosse scrivere romanzi. Ad ogni modo, i miei genitori, che venivano entrambi da esperienze di povertà e non erano riusciti ad andare all’università, consideravano questa mia iperattiva immaginazione come una deliziosa e personale stranezza che non mi avrebbe fatto pagare un mutuo o provvedere di una pensione.

Avevano sperato che prendessi un diploma professionale; io volevo studiare Letteratura inglese. Fu fatto un compromesso, che in retrospettiva non ha soddisfatto nessuno, mi avviai allo studio di Lingue Moderne. Avevo appena girato l’angolo alla fine della strada con l’auto dei miei genitori che mandai il Tedesco in un fosso e fuggii precipitosamente per i corridoi degli studi classici.

Non posso ricordare quando dissi ai miei genitori che studiavo Lettere classiche; potevano ben scoprirlo per la prima volta il giorno della laurea. Di tutti gli argomenti su questo pianeta, penso che siano stati messi a dura prova col nominarne uno meno utile della mitologia greca quando ci si aspetta la consegna delle chiavi del bagno dei dirigenti.

Mi piacerebbe fosse chiaro, tra parentesi, che non biasimo i miei genitori per il loro punto di vista. C’è un termine ai rimproveri ai vostri genitori per avervi spinto nella direzione sbagliata; il momento in cui siete abbastanza vecchi per prendere il timone, la responsabilità tocca a voi. E quel che più conta, non posso criticare i miei genitori per il desiderio di risparmiarmi l’esperienza della povertà. Lo furono loro stessi, e pure io lo sono stata da allora, e sono abbastanza d’accordo con loro che non sia un’esperienza sublime. La povertà comporta paura, e stress, e qualche volta depressione; vuol dire mille piccole umiliazioni e privazioni. Tirarsi fuori dalla povertà con le proprie forze, questo invece è ciò di cui poter essere orgogliosi, ma la povertà stessa è romantica solo per gli stolti.

Ciò di cui avevo più paura alla vostra età non era la povertà, ma il fallimento.

Alla vostra età, nonostante la chiara mancanza di motivazione all’università, dove avevo perso troppo tempo nei caffè scrivendo storie, e troppo poco tempo alle lezioni, sono stata capace di passare gli esami, e per anni questo è stata la misura del successo della mia vita e di quella dei miei compagni.

Non sono stupida abbastanza da avere la presunzione che perché siete giovani, dotati e istruiti, voi non abbiate conosciuto privazione o delusione. Del resto il talento e l’intelligenza non hanno mai reso immune nessuno dai capricci del fato, e non ho mai supposto per alcun momento che ciascuno qui abbia goduto di una esistenza di tranquilli privilegi e soddisfazioni.

Comunque, il fatto che vi state laureando ad Harvard suggerisce che non avete molta esperienza con il fallimento. Potreste essere guidati un po’ dalla paura del fallimento tanto quanto dal desiderio del successo. Effettivamente, la vostra concezione del fallimento potrebbe non essere troppo lontana dall’idea del successo della media delle persone, così alta che avete raggiunto la vetta accademica.

Alla fine, tutti dobbiamo decidere da soli ciò che rappresenta un fallimento, ma il mondo è abbastanza ansioso di darvi una certa gamma di criteri se voi lo permettete. Così penso sia giusto dire che oltre ogni misura nei soli sette anni seguenti il giorno della laurea ho fallito in modo epico. Un matrimonio eccezionalmente corto si è sgretolato, ed ero senza lavoro, orfana di mia madre, e povera tanto quanto è stato possibile nell’Inghilterra moderna, senza contare la mancanza di una casa. Le paure che i miei genitori avevano manifestato e che io mi ero figurata, erano arrivate e, come da manuale, ero il più grande fallimento che sapessi.

Ora, non starò qui a dirvi che il fallimento è divertente. Quel periodo della mia vita fu brutto, e non avevo idea che la stampa lo avrebbe da allora rappresentato come una sorta di fiabesca determinazione. Non avevo idea quanto lungo fosse quel tunnel, e per molto tempo, ogni luce alla fine di esso era una speranza piuttosto che la realtà.

Allora perché parlare dei benefici del fallimento? Semplicemente perché fallire ha voluto dire spogliarsi dell’inessenziale. Ho smesso di fingere di essere qualcos’altro se non me stessa e ho iniziato a indirizzare tutte le mie energie verso la conclusione dell’unico lavoro che per me aveva importanza. Non mi occupavo davvero di nient’altro, se non trovare la determinazione nel riuscire in un campo a cui credevo di appartenere veramente. Ero finalmente libera perché la mia più grande paura si era davvero avverata, ed ero ancora viva, e avevo già una figlia che ho adorato, e avevo una vecchia macchina da scrivere e una grande idea. E così concrete basi divennero solide fondamenta su cui ricostruire la mia vita.

Non potreste mai fallire su tutta la linea come feci io, una certa dose di fallimento nella vita è inevitabile. È impossibile vivere senza fallire in qualcosa, a meno che non viviate in modo così prudente da non vivere del tutto – in quel caso, avrete fallito in partenza.

Fallire mi ha dato una sicurezza interiore che mai avevo raggiunto superando gli esami. Fallendo ho imparato cose su me stessa che non avrei mai imparato in un altro modo. Ho scoperto che ho una volontà forte, e più disciplina di quanto avessi pensato; ho anche scoperto che avevo amici veramente inestimabili.

Il sapere che vi rialzate più saggi e più forti dalle cadute significa che sarete, da allora in poi, sicuri nella vostra capacità di sopravvivere. Non conoscerete mai voi stessi, e la forza dei vostri legami, fino a quando entrambi non saranno provati dalle avversità. Una tale conoscenza è un vero dono, per tutto ciò che avrete vinto nella sofferenza, e per me ha più valore di ogni altra qualifica abbia mai guadagnato.

Avendo una macchina del tempo o un Giratempo, direi alla me stessa di 21 anni che la felicità personale si trova nel sapere che la vita non è una lista di cose da raggiungere o in cui avere successo. Le vostre qualifiche, il vostro CV, non sono la vostra vita, sebbene possiate incontrare molte persone della mia età e oltre che confondono le due cose. La vita è difficile, è complicata, è oltre la possibilità di essere totalmente sotto controllo, è l’umiltà di sapere che sarete capaci di sopravvivere alle sue sfide.

Potreste pensare che abbia scelto il mio secondo argomento, l’importanza dell’immaginazione, per la parte che essa ha giocato nel ricostruire la mia vita, ma non è del tutto così. Sebbene difenda le storie della buona notte fino all’ultimo respiro, ho imparato a dare valore all’immaginazione in un senso più ampio. Immaginazione non è solo la capacità unicamente umana di prefigurare ciò che non c’è, e perciò la fonte di tutte le invenzioni e le innovazioni. Nella sua capacità discutibilmente più trasformatrice e rivelatoria, è il potere che ci rende capaci di empatia con gli altri esseri umani le cui esperienze non abbiamo mai condiviso.

Una delle più grandi esperienze formative della mia vita precede Harry Potter, sebbene questa sia molto presente in ciò che successivamente scrissi in quei libri. Questa rivelazione arrivò sotto forma di uno dei miei primi lavori. Anche se scappavo a scrivere storie durante le mie pausa pranzo, pagai l’affitto nei miei vent’anni lavorando nella sezione ricerca della sede centrale di Amnesty International a Londra.

Là nel mio piccolo ufficio lessi lettere portate fuori illegalmente dai regimi totalitari scritte precipitosamente da uomini e donne che stavano rischiando la prigione per informare il mondo esterno di ciò che stava loro accadendo. Vidi le foto di coloro che sparirono senza traccia, mandante ad Amnesty dalle loro disperate famiglie e amici. Lessi le testimonianze di vittime della tortura e vidi le immagini delle loro ferite. Aprii i resoconti manoscritti di processi sommari ed esecuzioni, di rapimenti e stupri.

Molti dei miei colleghi erano stati prigionieri politici, persone che erano state prelevate dalle loro case, o erano fuggite in esilio, perché avevano avuto la temerarietà di pensare in modo indipendente dai loro governi. Gli ospiti del nostro ufficio comprendevano chi veniva a dare queste informazioni, o provavano e scoprivano ciò che succedeva a quelli che erano stati costretti a lasciare tutto.

Non potrò mai dimenticare una vittima delle torture in Africa, un giovane uomo poco più vecchio di me a quel tempo, che divenne un malato di mente dopo tutto ciò che aveva subito nella sua patria. Tremava in modo incontrollato mentre parlava alla videocamera delle brutalità che gli erano state inflitte. Era alto circa 30 cm più di me, e sembrava fragile come un bambine. Dopo mi fu dato il compito di accompagnarlo alla stazione della metropolitana, e questo uomo la cui vita era stata distrutta dalla crudeltà mi prese la mano con squisita cortesia e mi augurò felicità per il futuro.

E finché vivrò mi ricorderò il camminare lungo un corridoio vuoto e all’improvviso sentire, da dietro una porta, urla di dolore e orrore come non aveva mai sentito fino ad allora. E poi la porta si aprì, e la ricercatrice sporse la testa e mi chiese di correre e procurarmi una bevanda calda per il giovane che sedeva con lei. Gli aveva appena dato la notizia che per rappresaglia verso il suo chiaro comportamento contro il regime del suo paese sua madre era stata presa ed uccisa.

Ogni giorno della mia settimana lavorativa dei miei vent’anni mi rammentavo quanto incredibilmente fortunata fossi a vivere in un paese con un governo democraticamente eletto dove un rappresentante legale e un pubblico processo erano i diritti di ciascuno.

Ogni giorno vedevo con più evidenza i mali dell’umanità che avrebbero afflitto gli stessi esseri umani per ottenere o mantenere il potere. Inizia ad avere incubi, veri incubi, sulle cose che vedevo, sentivo e leggevo.

E inoltre ho anche imparato molto di più sulla bontà umana ad Amnesty International di quanto mai avessi fatto prima.

Amnesty attiva migliaia di persone che non sono mai state torturate o imprigionate per le loro convinzioni a favore di quelle che lo sono state. Il potere dell’empatia umana, che guida l’azione collettiva, salva vite e libera i prigionieri. Persone ordinarie, a cui non manca benessere e sicurezza, si uniscono insieme in gran numero per salvare persone che non conoscono e che mai incontreranno. La mia piccola partecipazione in quel processo fu una delle esperienze della mia vita che mi hanno reso più umile e che mi hanno più ispirato.

Diversamente da ogni altra creatura su questo pianeta, gli esseri umani possono imparare e capire, senza avere esperienza diretta. Possono immedesimarsi nella mente delle altre persone, immaginarsi al posto degli altri.

Naturalmente questo è un potere, come la magia nel mio romanzo, che è moralmente neutrale. Si può usare una tale abilità per manipolare, o controllare, oltre che per capire o condividere.

E molti preferiscono non esercitare affatto la propria immaginazione. Scelgono di rimanere comodamente nei confini della loro esperienza, mai turbati dal chiedersi come si sentirebbero ad essere se non se stessi. Possono rifiutare di sentire urla o di guardare nelle prigioni; possono chiudere le loro menti e il cuore alla sofferenza che non li tocca personalmente; possono rifiutare di sapere.

Potrei essere tentata di invidiare le persone che vivono in quel modo, eccetto che non penso che per gli incubi che loro non hanno tanto quanto me. Scegliere di vivere in spazi ristretti può portare all’ agorafobia, e quello può portare i suoi propri terrori. Penso che una persona ostinatamente priva di immaginazione veda più mostri. Spesso sono molto più spaventati.

Quel che più conta, quelli che scelgono di non condividere le emozioni possono rivelarsi veri mostri. Pur non commettendo mai un’azione del tutto malvagia, possiamo favorirla attraverso la nostra apatia.

Una delle tante cose che ho imparato arrivata al termine di quel corridoio dei Classici giù per il quale mi avventurai all’età di 18 anni, alla ricerca di qualcosa che non potevo allora definire, fu questo, come scrive il greco Plutarco: Ciò che otteniamo nel nostro intimo cambierà la realtà esterna.

Questa è un frase sorprendente e già provata mille volte ogni giorno della nostra vita. Esprime, in parte, il nostro inspiegabile legame con il mondo esterno, il fatto che influenziamo la vita delle altre persone semplicemente esistendo.

Ma quanto di più voi, laureati di Harvard del 2008, influenzerà le vite degli altri? La vostra intelligenza, la vostra capacità di lavorare sodo, l’educazione che avete meritato e ricevuto, vi mette in una situazione unica, e vi dà eccezionali responsabilità. Anche la vostra nazionalità vi rende diversi. La grande maggioranza di voi appartiene all’unica superpotenza rimasta al mondo. Il modo in cui votate, il modo in cui vivete, il modo in cui protestate, la pressione che attuerete sul vostro governo, ha un impatto oltre i vostri confini. Questo è il vostro privilegio, e il vostro onere.

Se sceglierete di usare il vostro status e influenza per alzare la voce a favore di coloro che voce non hanno; se sceglierete di identificarvi non solo con i potenti ma con i deboli; se conserverete la capacità di immaginarvi nella vita di coloro che non hanno i vostri vantaggi, allora non saranno solo le vostre orgogliose famiglie a ringraziare per la vostra esistenza, ma migliaia e milioni di persone la cui realtà avrete aiutato a trasformare in qualcosa di meglio. Non abbiamo bisogno della magia per trasformare il mondo, noi portiamo tutto il potere di cui abbiamo bisogno già dentro di noi: abbiamo il potere di immaginare le cose come migliori.

Sono quasi alla fine. Ho un’ultima speranza per voi, che è qualcosa che avevo anche io a 21anni. Gli amici a fianco dei quali sedetti il giorno della laurea sono diventati miei amici per la vita. Sono i padrini dei miei figli, le persone alle quali mi sono potuta rivolgere in tempo di difficoltà, amici che sono stati così carini da non citarmi quando ho usato i loro nomi per i mangiamorte. Alla nostra cerimonia eravamo legati da grande affetto, dalla nostra comune esperienza di un periodo che non potrà più tornare, e, naturalmente, dal sapere che abbiamo tenuto una certa prova fotografica che potrebbe essere di valore eccezionale se qualcuno di noi si presentasse come Primo Ministro.

Così oggi, non posso desiderare per voi niente di meglio che tali amicizie. E per il domani, spero che anche se non ricorderete una singola parola di quanto detto da me, ricorderete queste di Seneca, un ‘altro di quegli antichi romani che incontrai quando percorrevo il corridoio dei Classici, ritraendomi dalla scala alla carriera, in ricerca dell’antica saggezza: La vita è come un racconto: non è importante quanto sia lunga, ma quanto sia buona.

Vi auguro tutto il bene possibile per la vostra vita

Grazie infinite

Un rapido sguardo sulle letture del mese di Febbraio 2021

Febbraio se n’è andato annoiato e stanco come un treno merci carico di dubbi e di canzoni sanremesi urlate. E tra un piccolo traguardo raggiunto e una moltitudine di cose da fare siamo arrivati a Marzo, mese che dovrebbe aprirci definitivamente la strada alla primavera ma che , in una sorta di refrain alla Truman Show, ci porta all’ennesimo lockdown. E’ passato esattamente un anno dal primo lockdown. E’ stato un anno di pesanti rinunce, un anno che ci ha messo a dura prova, un anno che mi ha debilitato (anche fisicamente). E dopo un anno nulla sembra essere cambiato. Se un tempo facevo le ore piccole davanti ad un portale web cercando di accaparrarmi un biglietto per un concerto di Roger Waters o dei Radiohead, adesso faccio la stessa cosa per cercare di prenotare il vaccino per mia madre. Stiamo invecchiando male amici miei.

L’unica costante piacevole di queste giornate è diventato il progetto “50 pagine al giorno” che anche nel mese di Febbraio si è portato in dote il suo carico di libri.

Il primo dei libri di cui vi voglio parlare è un vecchio recupero. Faccio una premessa, non sono particolarmente in sintonia con il riprendere in mano libri che ho già letto in passato. Ritengo che la vita sia troppo breve e troppi sono i libri da leggere ma, in questo caso, spinto dalla serie TV ho fatto un’eccezione. Il libro in questione è “L’ombra dello Scorpione” (ora, sull’onda del recente riadattamento per le piattaforme digitali, ha riacquisito il suo titolo originale: “The Stand”). “The Stand” lo lessi quando ancora era disponibile la versione “tagliata” ed io, troppo piccolo, troppo attratto dai videogames e probabilmente spaventato dalla mole, lo interruppi dopo una manciata di pagine.  La storia la conoscete tutti è sapete benissimo che è maledettamente attuale: una tremenda e mortale pandemia si diffonde in tutto il globo e i pochi sopravvissuti devono riorganizzare dalla fondamenta la società cercando di non ripetere gli errori commessi prima del reset. E nel fare questo sono chiamati a dover scegliere tra il bene e le tentazioni del male assoluto.

La distinzione tra il male e il bene è molto meno netta di quello che si potrebbe pensare. Il male non è qualcosa di sovrannaturale o metafisico. Sebbene nel romanzo vi troviamo la migliore caratterizzazione di un villain che io abbia mai letto (la descrizione che King ci regala di Randall Flagg rimane memorabile),  il male esiste realmente, è in tutti noi ed estirparlo è impossibile come estrarre un uovo dal guscio senza romperlo. Satana è come un puzzle e ogni uomo, donna e bambino sulla terra aggiungono la propria tesserina per ricostruire il tutto.

Il concetto di libero arbitrio applicato al male è l’aspetto più inquietante di tutto il romanzo e rappresenta l’asso nella manica di tutta l’opera di Stephen King.

Potrei parlare per ore e ore di “The Stand”, potrei scrivere pagine e pagine di articoli e questi non sarebbero altro che un mucchio di parole che si aggiungerebbero a quanto (e tanto) è stato detto.  Chiudo la mia chiosa su “The Stand” invitandovi fortemente ad immergervi nelle 1200 pagine dell’edizione integrale di questo capolavoro e di lasciare da parte la serie TV (per la quale sospendo il giudizio dopo la visione delle prime puntate, ma la sensazione non è affatto positiva).

La mia incursione nel genere Fantascienza di questo mese è stata un buco nell’acqua. Il romanzo in questione è “Metropolitan” di Walter Jon Williams, uscita di Febbraio della validissima collana “Urania Collezione”. Di questo libro ne avevo sentito parlare benissimo. Williams viene considerato dagli appassionati un autore eclettico e molto dotato , altri considerano “Metropolitan” un’opera sublime, una delle migliori cose scritte per la Fantascienza. Ammetto di non aver letto nulla di Williams prima di “Metropolitan”. Ammetto anche di essere una voce fuori dal coro: questo libro l’ho trovato incredibilmente noioso e pesante. La storia, tra l’altro, non mi è sembrata propriamente annoverabile al genere Fantascienza. Si tratta infatti di un Urban Fantasy dalle venature cyberpunk.  La narrazione è ambientata in un’immensa città che ricopre completamente il pianeta (e qui finiscono i riferimenti cyberpunk). Il sistema economico e sociale si sostiene su una misteriosa forma di energia chiamata Plasma, un fluido magico che pochi sanno padroneggiare senza provocare vere e proprie catastrofi. La protagonista del romanzo è Aiah un’impiegata del dipartimento per gli usi illegali di questa energia, un qualcosa di simile all’impiegato dell’Enel. Aiah si trova improvvisamente a controllare una riserva infinita di Plasma. Questa le conferisce poteri magici  che vanno ben oltre le proprie capacità. Da qui l’esigenza di rivolgersi a Constantine, un magnate della città,  un uomo misterioso ma molto potente con il quale instaura un’ardita collaborazione e un’appassionata relazione sentimentale. E’ proprio quest’ultima uno degli aspetti più pesanti del romanzo. La descrizione della relazione tra Aiah e Constantine si dilunga troppo e ruba spazio all’azione. Sembra di leggere un romanzo della collana Harmony piuttosto che dei Classici di Urania. Di questo libro esiste un seguito (“City on Fire”) che riprende le vicende da dove si interrompono in Metropolitan ma non sono tanto sicuro di volerlo recuperare.

Quando un editore prende un tuo racconto di una manciata di pagine, ne riduce il formato e lo veste con una copertina rigida vendendotelo a 14 euro allora significa che sei diventato un autore mainstream. Einaudi è solita in questo tipo di operazioni e stavolta ci sono cascato con l’ultimo lavoro di Don Delillo, “Il Silenzio”.  A mia parziale discolpa Signor Giudice posso dire che la sinossi di questo libro è stata una forza di gravità a cui era impossibile resistere. In questo racconto DeLillo ipotizza uno scenario in cui improvvisamente tutti gli schermi del mondo smettono di funzionare. Televisori, telefoni, tablet si spengono nel giorno dell’evento multimediale per antonomasia: l’appuntamento annuale del SuperBowl. In questo scenario alla ‘Black Mirror al contrario’ è assolutamente interessante e divertente osservare la reazione dei cinque personaggi protagonisti della storia. Personaggi che sembrano inseriti in una piece del teatro dell’assurdo, ognuno dei quali rappresenta un mistero per gli altri (per quanto il loro legame potesse essere stretto), ognuno dei quali racchiuso nell’individualità del proprio schermo.

Personaggi che si parlano addosso con monologhi filosofici sconnessi,  dialoghi serrati, taglienti e senza senso, senza volgere lo sguardo verso il proprio interlocutore. La manifestazione netta dell’impossibilità di stabile un contatto, come se la tecnologia fosse un ponte elettronico senza il quale è preclusa ogni possibilità di comunicazione.

Appare subito evidente che a Delillo non interessa spiegare le cause che hanno portato al blackout e non interessa nemmeno ipotizzare un epilogo a questa vicenda. Lo scopo è quello di mostrare la reazione umana allo spegnimento di tutte le cose. E nel perfetto stile Delilliano il tutto è descritto con una prosa molto attenta all’estetica delle parole. Una prosa che mostra e non racconta. Nulla perà che giustifica i 14 euro di spesa a mio avviso. Severo ma giusto Signor Giudice, severo ma giusto.

Se volete comunque saperne di più vi invito alla recensione in questo stesso blog.

In un’intervista del 1976 per il “Paris Review” viene chiesto a Ray Bradbury se la Fantascienza sia diventata un genere letterario rispettabile dall’establishment letterario. Bradbury rispose che gli autori di Fantascienza sono nati e continuano a vivere nella clandestinità. A distanza di oltre 30 anni da questa intervista (che potete trovare nell’antologia di racconti “Cento Racconti. Autoantologia 1943-1980” edito da Mondadori)  non ho elementi per parlare dello stato di salute del genere ma , probabilmente, qualcosa è cambiato. Secondo Bradbury gli intellettuali arrivano con 25 anni di ritardo nel prendere in considerazione la narrativa di idee (questa è personale definizione di “Fantascienza” che fornisce Bradbury) perché questi non sanno amare, non sanno provare emozioni, non sanno entusiasmarsi. Questa lunga premessa è per dirvi che il prossimo libro di cui vi parlo è di un autore molto importante ma che nulla c’entra con il genere Fantascienza e forse questo è uno dei tanti piccoli segnali di una rispettabilità acquisita che le nostre lunghe antenne marziane stanno captando.

Joyce Carol Oates  è una prolifica scrittrice americana che ha spaziato ogni genere letterario. Nei suoi oltre 100 libri ha saputo abbracciare la narrativa per l’infanzia, le poesie, la drammaturgia, la saggistica, i romanzi e i racconti, collezionando una pletora di riconoscimenti e un premio Pulitzer sfiorato. Quando un autore di questo calibro si avvicina al genere Fantascienza qualcosa di magico necessariamente accade. Io personalmente sono stato attratto da “Pericoli di un viaggio nel tempo” dal titolo che evoca una delle mie grande passioni: le storie di viaggi nel tempo.

“Pericoli di un viaggio nel tempo” è in realtà molto più di questo.

La protagonista del romanzo è Adriane Strohl, una brillante ragazzina di diciassette anni che vive negli SNAR (Stati del Nord America Rifondati) una confederazione nata sulle ceneri dei grandi attacchi terroristici dell’11 Settembre e la conseguente guerra al terrorismo. Gli SNAR sono uno stato retto da un regime totalitario in cui non è tollerata nessuna forma di dissenso. Non viene tollerata nemmeno la curiosità di Adriane la quale viene arrestata per aver posto a scuola alcune domande considerate scomode durante il discorso di fine anno. La pena per questa “terribile” accusa è un balzo temporale a ritroso nel tempo in un’idilliaca località del Midwest al fine di potersi “riabilitare” e tornare a casa dai suoi genitori accuratamente indottrinata. Privata del suo passato e della sua vera identità, Adriane dovrà convivere in questo suo nuovo mondo, straniera in terra straniera, e riflettere sulla realtà che è costretta a vivere scoprendo, suo malgrado, che questa è molto più inquietante e terribile di quanto la monotona apparenza sembra mostrare.

“Pericoli di un viaggio nel tempo” è un libro sorprendente perché prende come spunto uno scenario ipotetico e assolutamente non auspicabile (sono stato bravo a non dire la parola “distopia” vero ?) per imporre una profonda riflessione sul presente, concetto questo che è l’essenza del genere “Fantascienza”. Gli Stati del Nord America ipotizzati dalla Oates non sono poi tanto differenti da alcuni regimi totalitari che attualmente abitano il nostro pianeta. Ma, soprattutto, le riflessioni più profonde sono indotte da una sapiente commistione tra fantascienza e psicologia del comportamento. I frequenti riferimenti alle teoria Skinneriane sulle dinamiche del rinforzo della psicologia comportamentale e sull’irrilevanza della coscienza nella comprensione del comportamento inducono a chiederci se effettivamente l’uomo sia una mera macchina priva di libero arbitrio che risponde a degli stimoli adeguatamente rinforzati.

Con “Pericoli di un viaggio nel tempo” la Oates finge di guardare dentro un ipotetico futuro ma , in realtà, guarda il riflesso della verità che è davanti a noi.

Come il più scaltro e talentuoso autore di Fantascienza.

Non mi rimane che riepilogare le letture di questo mese:

  • Stephen King – “The Stand” (1978)
  • Walter Jon Williams – “Metropolitan” (1975)
  • Don DeLillo – “Il Silenzio” (2021)
  • Joyce Carol Oates – “Pericoli di un viaggio nel tempo” (2018)

Libro del mese:

Joyce Carol Oates – “Pericoli di un viaggio nel tempo” (2018)

La recensione di Later, l'ultimo romanzo di Stephen King

“Non mi piace cominciare con delle scuse – probabilmente esiste una regola che lo vieta, come non finire una frase con una preposizione – ma , dopo aver letto le trenta pagine abbondanti che ho scritto finora, mi sento in dovere di farlo. Le scuse riguardano una certa parola che mi ostino a utilizzare. Ho imparato diverse parolacce da mia madre e ne faccio uso da quando ero piccolo, ma questa è di sole quattro lettere. La parola in questione è ‘dopo’ “.

L’uscita di un romanzo di Stephen King è un evento planetario paragonabile all’uscita su grande schermo di un nuovo episodio di Star Wars. Nella tana del Coniglio un evento simile viene accolto come la venuta del redentore. L’emozione è la stessa di quella dei tanti wannabe Jedi che si recano al cinema con la spada laser tra le mani alla prima dell’ultimo film della saga di George Lucas.

Anche alla veneranda età di 74 anni e con un brutto incidente alle spalle che ha rischiato di portarcelo via prematuramente, lo zio rimane un autore piuttosto prolifico. Non bisogna aspettare molto tra la pubblicazione di un romanzo e il successivo: leggendo su Wikipedia contiamo 54 romanzi, 12 raccolte di racconti , una serie fantasy (La torre nera) composta da 8 volumi e tutta una serie di pubblicazioni, racconti, saggi e articoli usciti su riviste oppure solo su ebook.

Il suo ultimo lavoro (“Later” edito in Italia da “Sperling & Kupfer” ma negli Usa da “Hard Crime Case”, l’editore che in precedenza ha pubblicato “Colorato Kid” e “Joyland” ) esce a un anno di distanza dalla sua ultima raccolta di racconti (“Se scorre il sangue” sempre edito da Sperling & Kupfer) ed è già stato annunciata, per l’agosto del 2021 negli USA , la pubblicazione di un nuovo romanzo. Che Dio ce lo conservi a lungo.

Eppure nonostante oltre 500 milioni di copie vendute e numerosi adattamenti cinematografici delle sue opere, Stephen King viene sempre considerato un autore di genere thriller/horror. Inizialmente dispregiato dalla critica, poi man mano rivalutato, King non si è mai visto recapitare l’invito a sedersi nell’olimpo dei grandi autori americani. Una damnatio memorae di cui eminenti critici come Harold Bloom si sono fatti portavoce (quest’ultimo è arrivato addirittura a definire King come “Il male assoluto”).

Eppure sfido chiunque a trovare un autore che, dopo Dickens e meglio di King, sia riuscito a tratteggiare con le sue opere gli ultimi 40 anni di società americana. 

King da par suo sembra averci fatto il callo. Con una scrollata di spalle e per voce del giovane protagonista di “Later” afferma:

“Non voglio insinuare che sono arrivato al livello di Faulkner o di Updike ma…le cose si imparano facendole.”

“Later” racconta la storia di Jamie Conklin, un bambino apparentemente normale, figlio di una madre single che di mestiere fa l’agente letterario. Jamie però nasconde un inquietante segreto: vede i morti. Questi diventano a lui visibili immediatamente dopo il trapasso e non sembrano poter recare alcun danno. Anzi ,se interrogati, sembrano impossibilitati a mentire in merito ai loro più inconfessabili segreti. “Later” è un romanzo di formazione in cui il protagonista, grazie al suo dono maledetto, comprenderà che il bene e il male non sono due cose perfettamente distinte e che la luce è sempre affiancata dall’oscurità. Lo capirà a sue spese e a spese dei personaggi che gli ruotano attorno.

“Ripensandoci oggi, a volte mi viene da credere che la mia vita somigli a un romanzo di Dickens, ma con un bel po’ di parolacce.”

In “Later” c’è la grande recessione economica degli Stati Uniti verificatasi tra il 2007 e il 2013 a cavallo dell’amministrazione Obama, c’è un pizzico di sarcasmo verso il mondo dell’editoria e la moda dei romanzi seriali intrisi di sesso e fantasy (qualcuno ha detto “Trono di Spade” ?) ma, soprattutto, c’è tutta l’abilità e la schiettezza di King nel saper raccontare l’adolescenza, la perdita dell’innocenza e il modo di affrontare i demoni durante il percorso di crescita.  Questo aspetto è il vero e proprio asso nella manica di Stephen King. Come dice Nicola Lagioia in un piccolo saggio pubblicato qualche anno fa sulla rivista “Internazionale”:

“King ci sbatte in faccia, senza tanti complimenti, il bambino che siamo stati . E ci riesce così bene perchè i bambini sono veri. Per esempio puzzano, sudano, scoreggiano e dicono parolacce.” [Nicola Lagioia]

 E la loro descrizione è assolutamente realistica perché affidata ad uno stile diretto, semplice e non particolarmente aulico. Prendo ancora in prestito da Nicola Lagioia (mi perdonerà) un esempio un po’ greve (mi perdonerete) ma particolarmente calzante:  Una scoreggia descritta da Philip Roth o Jonathan Franzen odora dell’inchiostro con cui è stampata su carta. Una scoreggia descritta da Stephen King odora di merda.

“Credo che questa sia una storia dell’orrore. A voi stabilirlo”.

Questa frase è ripetuta dal protagonista come un mantra durante tutta la storia e quest’ultima si basa su un concetto che è apicale in tutta la narrativa di Stephen King e che possiamo riassumere dicendo che l’uomo, essendo dotato di libero arbitrio,  può scegliere di accogliere a se il male come i vampiri di Van Helsing che possono apparire solamente sotto invito. Come in “The Stand” , il male non è un concetto astratto o metafisico,  è qualcosa di assolutamente reale e prossimo a noi. E’ come una frequenza radiofonica diffusa ovunque e noi, che disponiamo di lunghe antenne pronte alla recezione, abbiamo il compito opposto del radioamatore: respingere il segnale e far vincere una frequenza di senso opposto.

Non vi nascondo che al termine della lettura mi è rimasto come un senso di incompiutezza. Per carità, le circa 300 pagine scorrono abbastanza velocemente e si rimane piacevolmente incollati alla poltrona, ma la storia ruota sempre sullo stesso canovaccio. L’incompiutezza a cui accennavo prima deriva dal fatto che il vero orrore tanto annunciato dal protagonista è sottociuto durante tutta la storia. Intendiamoci, avere la capacità di vedere i morti nello stato in cui avviene il trapasso non deve essere uno spettacolo gradevole (sopratutto se il trapasso è avvenuto in maniera violenta). Però se i morti sono innocui e anzi obbediscono come cagnolini alle nostre richieste allora si arriva a farci anche l’abitudine.

Il vero orrore, invece, arriva puntuale come un fendente sui denti solo nelle ultime pagine e la rivelazione di cui si fa portare meriterebbe un approfondimento maggiore. La sensazione è che King abbia disposto i tasselli sul tavolo e che molto altro deve essere ancora raccontato. In tal senso, la chiosa finale con cui si chiude il romanzo apre esplicitamente ad un seguito. E io sarò li davanti alla libreria di fiducia ad aspettarlo, come il wannabe Jedi è davanti al cinema con la spada laser in mano.

Se volete sapere se ve lo consiglio allora la risposta è SI, ve lo consiglio. A mio avviso non è il migliore romanzo della recente produzione dello zio ma… cosa volete che vi dica…io vi consiglierei anche la lista della spesa del droghiere se fosse scritta da Stephen King .

“Non so con quali armi si combatterà la Terza Guerra Mondiale, ma la Quarta guerra mondiale si combatterà con pietre e bastoni”. [Albert Einstein]

Ammettetelo. Quante volte avete desiderato con un pizzico di ipocrisia di abbandonare i vostri telefoni cellulari, sconnettervi dalla rete, spegnere la TV, sprofondare nel silenzio dei dispositivi elettronici e aprirvi al prossimo in eccessi di umanità incontrollata ?

Quante volte avete invocato pietà per voi stessi quando avete afferrato il vostro smartphone di ultima generazione e, spinti da un istinto compulsivo, avete scorso il pollice sullo schermo per leggere le ultime notifiche, avete riso dei meme più divertenti oppure avete provato appagamento nel vedere il contatore dei like incrementarsi.

Onestamente a me è capitato più volte e sempre mi sono chiesto se è questa la vita che ho sempre desiderato oppure , domanda più inquietante, se esiste una via di ritorno a tutto questo.

“Il Silenzio” di Don Delillo cerca di ipotizzare, in poco più di 100 pagine, uno scenario in cui tutti i televisori smettono improvvisamente di funzionare, tutti i telefoni cellulari si silenziano. Un’apocalisse digitale che avvolge la Manhattan del 2022 (e forse tutto il pianeta) in una nube di silenzio le cui cause sono ignote . Una Black Mirror al contrario, per citare una delle serie Tv di maggior successo.

Il tutto avviene per ironia della sorte nel giorno della SuperBowl, evento sportivo e mediatico per eccellenza.

“Dov’è la fede nell’autorità dei nostri device sicuri, delle nostre capacità di criptaggio, dei nostri tweet, dei troll, e dei bot. Ogni cosa nella datasfera è soggetta a distorsioni o furti ? E a noi non resta che starsene seduti qui a piangere per il nostro destino ?”

Delillo, autore considerato “profetico” (ma lui non si definisce tale) dopo opere come “Rumore Bianco” o “Underworld”, è oggi un signore benestante di 80 anni che scrive i suoi romanzi su una vecchia Olympus del 1975 e che , per scelta, non possiede uno smartphone. Una vita nell’ombra e lontana dai riflettori. Un atteggiamento che, forse, gli ha precluso riconoscimenti ben più ambiti di quelli che a buon ragione è riuscito ad ottenere.  

Quindi quale migliore autore per costruire una siffatta ambientazione utopica ?

Appare subito evidente che a Delillo non interessa spiegare le cause che hanno portato al blackout e non interessa nemmeno ipotizzare un epilogo a questa vicenda. Lo scopo di Delillo è quello di mostrare la reazione umana allo spegnimento di tutte le cose. Lo fa con una prosa molto attenta all’estetica delle parole. Una prosa che mostra, non racconta.

In questo scenario si muovono i cinque personaggi protagonisti della vicenda.

Tessa Barens e Jim Kripps sono coniugi benestanti, due facce della stessa medaglia che nel momento del “blip” sono su un volo di linea di ritorno da una vacanza in Europa. Tessa Barens è una scrittrice di versi , un’artista dedita a mantenere una pratica che dovremmo tutti riscoprire: fissare i dettagli del mondo circostante in un taccuino. Jim Kripps è un distinto signore che non riesce a staccare gli occhi dalle cicliche informazioni del volo sparate dai monitor dell’aereo. In pratica, sono tutto quello che io vorrei essere e tutto quello che io sono.

“Ok, ora ti dico quello che sto scrivendo. Semplice. Alcune delle cose che abbiamo visto”. – “Ma se abbiamo opuscoli, libretti, interi volumi !”. – “Ho bisogno di vederlo scritto con la mia grafia, magari tra vent’anni, ammesso che sarò ancora viva, e trovare un elemento mancante, qualcosa che adesso mi sfugge.”

Li aspettano in un appartamento a Manhattan , televisione sintonizzata sul Super Bowl e birra fresca in frigo, una coppia di amici e un amico dei due. Diane, una stimata insegnante di Fisica,  il marito Max  e Martin, il giovane ex allievo di Diane. Quest’ultimo è decisamente il più grottesco dei cinque: ossessionato dalla teoria della Relatività di Einsten lo vediamo reagire al blackout con un lungo sproloquio complottista filosofico che in maniera semplicistica, ma con pochi timori di essere smentiti, potremmo definire “pippone”.

E’ proprio la reazione dei cinque protagonisti e del mondo circostante a catturare l’attenzione del lettore.

Personaggi che sembrano inseriti in una rappresentazione del teatro dell’assurdo, ognuno dei quali rappresenta un mistero per gli altri (per quanto il loro legame potesse essere stretto), ognuno dei quali racchiuso nell’individualità del proprio schermo.

 Personaggi che si parlano addosso con monologhi filosofici sconnessi,  dialoghi serrati, taglienti e senza senso che strappano più di un amaro sorriso. Il tutto senza volgere lo sguardo verso il proprio interlocutore. L’impossibilità di stabile un contatto, come se la tecnologia fosse un ponte elettronico senza il quale è preclusa ogni possibilità di comunicazione.

Come macchine , che necessitano di un laborioso riavvio per tornare a funzionare, la gente comincia a riversarsi nelle strade , inizialmente con cautela e poi , sulla scia di un senso di liberazione , tutti camminano, si interrogano, tutti si accompagnano vicendevolmente. Il cervello che torna in funzione, piccoli aliti di ricordi che riaffiorano come un sibilo d’aria proveniente da polmoni ottenebrati dal catrame della nicotina. Gli istinti primitivi sopiti che riemergono dal torpore.  Frammenti umani di una civiltà che scivolano nel piano inclinato di una morente tecnologia.

“Quando un elemento mancante viene a galla senza l’ausilio di alcun supporto digitale, ognuno lo annuncia all’altro con lo sguardo perso in lontananza. l’aldilà di ciò che si sapeva da tempo e che è andato smarrito”

In conclusione, “il Silenzio” è un libro veramente molto breve. Lo si consuma con la stessa velocità con la quale si sorseggia un Jack Daniels con ghiaccio. E come un bicchiere di Jack Daniels con ghiaccio, non lascia risposte. Lascia vagare la mente.

Ve lo consiglio ? Si, qualora esca come racconto inserito in un’antologia. Il formato attualmente in libreria e edito da Einaudi, è un libricino tascabile di poche pagine con tanto di copertina rigida. Un formato e un’opera che non giustificano i 14 euro di spesa.

“E’ questo l’abbraccio casuale che segna la caduta della civiltà mondiale ?”

In principio fu uno dei tanti buoni propositi per l’anno nuovo. Uno di quelli non dichiarati a priori per timore di non riuscire a realizzarli.

Lo spunto è arrivato da un mio caro amico che chiameremo l’Auditore per preservarne l’anonimato.

L’Auditore , uomo scaltro e infinitamente saggio, mi ha fatto capire che non è complicato (anzi è terapeutico) riuscire a dedicare alla lettura il tempo equivalente di 50 pagine al giorno. Ho accolto il suo consiglio con vera passione e , siccome il processo del pensiero non può mai essere completo senza un’articolazione, alla lettura è seguito questo blog come spazio di condivisione in assoluta libertà di pensiero.

Mai consiglio fu più prezioso. Dovete sapere che mi sento come una pallina impazzita dentro un flipper e il momento dedicato alla lettura è l’unico che permette di tenere la pallina dritta lungo un binario senza che il flipper vada in tilt.

La sezione del blog in cui vi parlo delle mie letture non poteva non chiamarsi “50 pagine al giorno” ed è mia intenzione rendervi conto, mese per mese, di tutto quello che è passato davanti i miei occhiali da vista anti riflesso e anti luci blu (94 euro).

Dopo la dovuta introduzione passiamo alle letture del Coniglio per il mese Gennaio 2021.

Shirley Jackson (14 Dicembre 1916 – 8 Agosto 1965)

Cominciamo subito con il dire che Gennaio 2021 è stato il mese del genere gotico e di una scrittrice definita da  Stephen King come “madre artistica”: Shirley Jackson.

Quella di Shirley Jackson è una storia di vessazioni e di solitudine. Sin da bambina ha dovuto subire pesanti critiche a causa del suo aspetto fisico. La madre addirittura la definì “un aborto mancato”. Da adulta si sposò con un noto intellettuale ebreo ma la sua vita non fu felice. Oppressa da un marito dispotico e poco fedele, la Jackson sviluppò una grave forma di depressione che la portò ad isolarsi dal resto del mondo e a sviluppare il suo enorme talento per la scrittura.

In “Abbiamo sempre vissuto nel castello” (“We have always lived in the castle”, 1962) vengono rappresentate le due anime che hanno vissuto dentro la Jackson in una sorta di convivenza tormentata: quella assoggettata e quella ribelle. E’ la storia delle due sorelle Blackwood  che vivono da recluse in una grande casa assieme all’anziano zio. La quiete quotidiana e l’equilibrio mentale di una delle due sorelle (la protagonista Merricat) viene interrotta dall’arrivo di un intruso che dietro una patina di perbenismo mira ad accaparrarsi le ricchezze racchiuse nella casa. La storia ha un epilogo drammatico che porta il resto della comunità, da sempre ostativa nei confronti delle due sorelle a causa del loro oscuro passato, a distruggere la casa ma non la volontà delle due di ricominciare una nuova vita invisibili al resto del mondo.    

Nel racconto  “La lotteria” (“The lottey or The adventure of James Harris”, 1949) , in un piccolo villaggio di poche centinaia di persone ci si prepara all’annuale lotteria che , come da tradizione, dovrebbe portare buon augurio per un raccolto ricco e prosperoso. I preparativi avvengono in clima frivolo e sereno, ma qualcosa di inquietante si comincia delineare sin dall’inizio nel comportamento della comunità che partecipa alla festa. L’orrore sarà evidente al termine della storia in cui scopriamo in cosa consiste il premio riservato al fortunato vincitore della riffa.

Infine, in “Incubo a Hill House” (“The Haunting of Hill House”, 1959) , un gruppo di persone viene radunato da un sedicente scienziato per far parte di un progetto di ricerca finalizzato a studiare gli eventi paranormali che avvengono in una casa infestata. Tra queste c’è la giovane Eleanor che accetta di far parte dell’esperimento per sfuggire ad una vita triste e priva di soddisfazioni. Inutile dire che a farne le spese sarà proprio Eleanor che, nel tentativo di rimanere sana di mente, cade succube della casa in un drammatico epilogo.

 Tre storie che presentano forti elementi gotici in cui la componente romantica si fonde con  quella dell’orrore in uno scenario costituito per lo più da ambienti cupi, tenebrosi e da grandi case “che drizzano la testa imponenti contro il cielo senza concessioni all’umanità”. Ma sono anche le storie di donne mai felici che portano avanti la loro vita tra piccole colpe e grandi rimproveri, un tedio costante e una disperazione senza fine. Donne che non hanno mai scelto di diventare schive e timide, donne sole senza nessuno da amare. 

Completa la mia incursione nel mondo del gotico la lettura di un classico della letteratura: “Giro di vite” di Henry James (“The Turn of screw”, 1898), la storia di una giovane istitutrice che viene mandata in una magione nella campagna inglese ad accudire due bambini rimasti orfani. Qui la giovane è testimone di strani fenomeni che la convincono che i due bambini siano posseduti dalle anime di due malvagi defunti.

“Giro di Vite” contiene tutti gli stilemi del romanzo gotico di cui ho parlato in precedenza ma rappresenta un romanzo seminale nel suo genere perché, per la prima volta, una storia di fantasmi viene trattata non più come accettazione del paranormale ma come rappresentazione del male derivante dal proprio inconscio. Quello che verrà all’epoca definito “nuovo gotico” evolve il concetto di terrore, dall’essere suscitato da forti temporali o oggetti inanimati fluttuanti a una letale forma di quiete assoluta derivante del senso di disagio e immobilità.

Al termine della lettura quindi non si ha chiara la percezione se i fantasmi che si manifestano siano reali oppure frutto della mente contorta dell’istitutrice. La protagonista del romanzo non vuole essere rassicurata sul terrore provato, ma vuole essere rassicurata sulla possibilità che quello che ha visto sia effettivamente reale. E tale prova la si può ottenere solamente trovando il consenso di una seconda testimonianza.

“Più ci penso e più capisco, e più capisco e più ho paura. Non so più cosa non vedo, che cosa io non tema!”

Abbandonando il romanzo gotico ma rimanendo in tema di traumi infantili e disagi familiari , “Io sono l’abisso” di Donato Carrisi (qui nel blog trovate la recensione) racconta una storia di ordinaria privazione utilizzando tre personaggi senza nome ma identificati da semplici epiteti. Ogni personaggio si trascina un passato difficile. Fatti di dolore e soprusi, di egoismo e cieca ambizione che , come per i romanzi di Shirley Jackson, nascono nelle quattro mura domestiche e maturano in forme imprevedibili, spesso tragiche, sempre drammatiche.

Il confronto con la Jackson e il genere gotico in questo caso è irriverente, ma appare evidente che non serve ambientare una storia in castello medievale diroccato per avere un buon racconto gotico. L’orrore può svilupparsi anche in due camere e cucina arredate con mobili Ikea. Purtroppo, in questo caso , il thriller procedurale di “Io sono l’abisso” risulta essere pieno di luoghi comuni, seppur scritto con la maestria dello buon mestierante quale è Donato Carrisi.

Nell’elenco dei libri letti del mese non poteva mancare un salto nella fantascienza più classica. “Oltre l’invisibile” (“Time and Again”, 1951 – di cui potete trovare la recensione qui nel blog) del maestro Clifford Simak è uno splendido esempio di quella fantascienza che rifugge gli aspetti tecnologici e approfondisce gli aspetti intimistici, religiosi e filosofici. La storia narra del ritorno sul pianeta terra del comandante Asher Sutton dopo una missione suicida nell’ impenetrabile pianeta 61 Cygni. Il bagagliaio di conoscenze e di capacità cognitive sviluppate durante questa missione pongono il comandante Sutton al centro di un fitto intrigo composto da cospirazioni governative disposte a tutto pur di impadronirsi di questa preziosa conoscenza, di viaggi nel tempo e di profonde riflessioni sul concetto di fede e destino. Clifford Simak, autore seminale per un nutrito gruppo di autori di fantascienza (non ultimo Isaac Asimov), ci conduce per mano in una labirintica trama evitando di spiegarci il tutto con il raziocinio dello scienziato. Piuttosto ci invita ad una profonda riflessione sul ruolo degli uomini e di tutte le specie viventi che vivono all’interno dell’universo. E lo fa mediante l’utilizzo di uno stile romantico inserito in un paesaggio rurale che ricorda la narrativa di Stanislaw Lem oppure le opere visionarie di Simon Stalenhag. 

Non mi rimane che riepilogare le letture del mese:

  • Shirley Jackson – “Abbiamo sempre vissuto nel castello” (1962)
  • Shirley Jackson – “L’incubo di Hill House” (1959)
  • Shirley Jackson – “La Lotteria” (1949)
  • Henry James – “Giro di Vite” (1898)
  • Donato Carrisi – “Io sono l’abisso” (2020)
  • Clifford Simak – “Oltre L’invisibile” (1951)

Libro del mese:

Shirley Jackson – “Abbiamo sempre vissuto nel castello” (1962)

Mi sembra evidente che Nolan abbia subito un trauma durante l’infanzia. Deve essergli caduto in testa l’orologio a cucù quando era ancora nella culla. Non si spiega altrimenti questa sua ossessione per il tempo.

Ora se voi provaste a far cadere sulla testa del vostro bambino un orologio a cucù l’effetto che otterrete è un bel bernoccolo in testa al vostro piccolo o, nella peggiore delle ipotesi, una ferita lacero contusa da medicare con acqua ossigenata e garze.

Ovviamente questo blog vi sconsiglia fortemente di fare esperimenti in tal senso per il bene del vostro bambino (e dell’orologio a cucù).

Nolan, che probabilmente è stato allevato con il latte al plutonio, dopo quell’incidente non ha riportato alcuna ferita, nella sua piccola testa glabra di bebè predestinato non è spuntato alcun bernoccolo ma , come San Paolo folgorato sulla via di Damasco, ha preso coscienza di quale sarebbe stato il tema principale che avrebbe forgiato il suo stile narrativo nella sua luminosa carriera.

In principio fu Following (1998), un noir in bianco in nero incentrato sulla storia di uno scrittore alla ricerca perenne dell’ispirazione, in cui la temporalità del racconto viene stravolta con un utilizzo frenetico e quasi stordente dei flashback.

Poi venne Memento (2000) il primo grande successo di Nolan, un lungometraggio che racconta la storia di uomo che è affetto da un disturbo della memoria che lo porta ricordare esclusivamente gli eventi avvenuti negli ultimi 15 minuti. In Memento Nolan gioca con il tempo raccontando tutta la storia con sequenze di 15 minuti, dalla più recente in ordine cronologico alla più vecchia, in un viaggio a ritroso che traghetta lo spettatore da una condizione di spaesamento ad una vista chiara e  completa degli eventi.

Una banalissima ricostruzione della timeline di Memento

In Insomnia (2002) il tempo sembra addirittura fermarsi. La vicenda infatti si svolge in Alaska in un periodo dell’anno (l’estate artica) in cui il sole non tramonta mai. Provate voi ad indagare ad un omicidio in un luogo in cui è impossibile prendere sonno a causa dell’assenza completa della notte..

Le cose cominciano a farsi decisamente complicate con Inception (2010) dove sogno e realtà sono separate da un confine sottile definito dalla diversa velocità con il quale scorre il tempo. Non so voi, ma io sto ancora osservando inebetito la trottolina per capire se quello che sto vendendo è reale o meno.

Nel fantascientifico Interstellar (2014), il tempo viene distorto a causa della vicinanza ad un buco nero del pianeta che il protagonista deve visitare per trovare un modo di salvare l’umanità condannata dal morente pianeta Terra. Una commistione di amore , rigore scientifico e paradossi temporali ci regala una scena finale in cui la figlia del protagonista , ormai molto anziana, riesce ad incontrare il padre ancora giovane e in pieno vigore.

Il tempo diventa ossessione in Dunkirk (2017), dal mio punto di vista la migliore pellicola del lotto: il conflitto bellico di Dunkirk ci viene raccontato mediante tre punti di vista differenti (mare, terra e aria). Tre storie che viaggiano su diverse linee temporali , il cui tempo viene scandito dall’incessante e ansiogeno ticchettio di un orologio.

Christopher Nolan studia come ingannare il tempo sotto gli occhi perplessi del pubblico (non pagante in questo caso)

Infine arriviamo ad oggi , dove l’ossessione raggiunge livelli apicali in “Tenet” (2020) con l’introduzione del concetto di “inversione del flusso del tempo”.

L’assunto “scientifico”  è ispirato ad esperimenti realmente avvenuti (https://www.nature.com/articles/s41598-019-40765-6). Qualche testa brillata in Russia sta infatti cercando di dimostrare, in barba al secondo principio della Termodinamica, la possibilità di portare gli oggetti dallo stato finale allo stato iniziale. Un principio per il quale se premo il grilletto di una pistola , la pallottola entra in essa e non viene sparata fuori.

Ad essere sincero non sono nemmeno sicuro di essere riuscito a spiegarvela bene perchè, francamente, ci ho capito ben poco.

Ancora più sincero di me è stato Nolan stesso il quale ,per voce di uno dei personaggi, chiude il primo spiegone ad inizio film con un serafico:

“Non cercare di capirlo, sentilo”

Per inciso, di spiegoni ne subirete diversi ma , nel mio caso, nessuno di questi è riuscito a dipanare tutti i dubbi su quello che stavo vedendo. Tipicamente lo spiegone piazzato qua e la è una cosa che mi fa cambiare canale, soprattutto se il tutto si riduce ad un solenne “E’ tutta magia Jonny”. In questo caso l’effetto ottenuto è stato solo quello di spezzare il ritmo e, visto il livello adrenalinico del film, ciò non è del tutto da disprezzare.

Con questa dichiarazione di intenti appare evidente che la trama ed i meccanismi pseudo-scientifici che regolano Tenet sono soltanto un mero pretesto per giustificare le scene action altamente spettacolari e fuori di testa che si susseguono per tutte le 2 ore e mezza di film. Un luna park di inseguimenti, evoluzioni e spari. Una roba che farebbe impallidire anche uno come Tom Cruise e che solo a pensarla si è dei pazzi (oppure se si è stati colpiti da un orologio a cucù in tenera età). Il tutto viene sorretto da una colonna sonora monumentale che sovrasta anche le esplosioni su schermo. Una cacofonia di suoni e immagini che vi pomperà adrenalina nel corpo lasciandovi incollato sulla poltrona in totale apnea.

John David Washington non sta cercando di capirlo. Lo sta sentendo.

Come un disco dei Dream Theater, Tenet è intriso di virtuosismi e salti iperbolici ma manca a mio avviso di una vera e propria componente emozionale. Quella, per intenderci, che ti fa venire il nodino alla gola o il brividino dietro la schiena durante una scena epica e che mi ha fatto innamorare di pellicole come “Dunkirk”. Di botte di adrenalina ne riceverete a dosi importanti ma nulla che vi lascerà empatizzare con i personaggi del film. Personaggi bidimensionali la cui introspezione è sacrificata sull’altare del puro entertainement. Tra le anonime prove attoriali spicca soltanto quella di Kennet Branagh che cerca di salvare il salvabile con l’interpretazione del cazzutissimo villain del film.

Intendiamoci, anche io amo andare al luna park ma alle montagne russe preferisco di gran lunga la ruota panoramica.

“Non cercare di capirlo, sentilo” è lo stesso consiglio che sento di darvi.

Sono convinto che molti di voi ameranno alla follia questo film e non escludo che tanti altri avranno maggiore elasticità mentale della mia nel comprendere gli intricati sviluppi della trama. Dal mio punto di vista l’approccio corretto è non farsi troppe domande, non cercare di razionalizzare tutto quello che vedrete su schermo. Se le sale fossero aperte e ci fosse la possibilità di vederlo al cinema (come ho fatto io in un afflato di incosciente ottimismo in una calda serata d’agosto) allora vi consiglierei di recarvi al cinema, di mettervi comodi , di allacciare le cinture e farvi sballottolare dalle turbolenze. La sala cinematografica ha la capacità naturale di restituire una dimensione anche ad un film insignificante come Tenet. 

Se invece vi accingete a vederlo seduti comodamente nel vostro salotto allora ci penserei due volte, a meno che non abbiate l’intenzione di rivederlo più volte alla ricerca di un senso, ammesso e non concesso che lo troviate, ammesso e non concesso che un senso ci sia.

“Alla scritta, su su in cima, mancano alcune lettere, altre sono storte. Anche se ha solo 5 anni e non va ancora a scuola, riconosce la G e la H e sa che il cerchietto corrisponde sempre alla O, che ora è anche la forma dello stupore sulle sue labbra. ‘Grand Hotel’ legge Vera per lui mentre si avvicinano, indicando l’alto edificio che li attende, addormentato. Le finestre sono tanti occhi ciechi. Nei muri lunghe rughe che si sbriciolano, solchi di lacrime secche. Le scritte e i disegni colorati invece di mettere allegria fanno somigliare il palazzo ad un vecchio gigante umiliato. La porta d’ingresso sembra una giostra rotta, ed è sbarrata con assi di legno. Piccoli arbusti bucano l’asfalto del piazzale come dita di scheletri che cercano di uscire dalle tombe.”

In quello che rimane di un vecchio hotel inizia, con una sequenza terrificante, “Io sono l’abisso” l’ultimo lavoro di Donato Carrisi, maestro in Italia della letteratura di genere nell’ambito thriller, giallo e mistery. Citando il titolo di una sua fortunata opera, Carrisi è riconosciuto come un vero e proprio maestro delle ombre.

“Io sono l’abisso” intreccia le dolorose storie di tre personaggi sullo sfondo di un thriller procedurale abbastanza convenzionale.

L’uomo che pulisce è un operatore ecologico che non prova ribrezzo per il suo lavoro, anzi lo trova necessario per conoscere il mondo che lo circonda. In fondo è proprio in ciò che la gente getta nella spazzatura a celare i più profondi segreti.

La ragazzina con il ciuffo viola è la figlia adolescente di una ricca famiglia, la cui esistenza è messa a dura prova dall’aridità dei rapporti con i suoi genitori e da una squallida storia di abusi.

La cacciatrice di mosche è una donna decisa a perseguire il suo obbiettivo: fermare la violenza e salvare il maggior numero di donne. Nulla può fermarla nel suo intento, neanche l’inquietante fama che la precede.

 Tre personaggi senza nome, tre personaggi identificati da banali epiteti. Una depersonalizzazione che vuole farci intendere che le storie di ordinario disagio che ci vengono narrate possono essere le storie di ognuno di noi. Sono fatti di dolore e soprusi, di egoismo a cieca ambizione che nascono tra le mura domestiche e maturano in forme imprevedibili, spesso tragiche, sempre drammatiche.

Carrisi dimostra di conoscere bene il mestiere del narratore anche con questo suo ultimo lavoro partorito durante le giornate più dure del lockdown. “Io sono l’abisso” scorre abbastanza agevolmente e il lettore che si accinge alla lettura ne rimane ben presto catturato. Alcune sequenze lasciano oggettivamente senza fiato, non tanto grazie ad una prosa raffinata quanto ad una narrazione che tende la mano al grande schermo. In questo Carrisi sfrutta tutta la sua esperienza da sceneggiatore e regista cinematografico facendoci vedere le cose sotto l’occhio ipotetico di una telecamere impiantata nel cervello del lettore. Alcune descrizioni sono addirittura maniacali perché , ricordiamolo, l’autore oltre ad essere un bravo narratore,  ha anche una specializzazione in criminologia e scienza del comportamento. Emblematica in questo senso è la descrizione dell’assassino di turno che , come in un rito catartico, eradica ogni traccia del suo misfatto.     

“Nell’attesa che la biancheria si asciugasse, indossò una mascherina con filtro per l’aria e pulì a secco, con una soluzione di acqua distillata e tetracloroetilene, la cravatta e la fodera in tela della giacca in pelle. Tamponò la parte del blazer con un panno di lino imbevuto di solvente a idrocarburi raffinati. Sterilizzò orologio, anello, portafoglio e cintura con ammoniaca vaporizzata. Fece lo stesso con il carrarmato di latta e le chiavi, compresa quella del Fiorino. Cosparse le suole di cuoio degli stivaletti con un mastice a base di solfato basico di cromo, poi rimosse la patina a cui erano rimasti attaccati fibre e terriccio. Frizionò le scarpe con un acido organico diluito con alcol al 70%, quindi le ripassò con olio ammorbidente e lucido di cromatina. Infine, ancora completamente nudo, stirò gli abiti nel silenzio della casa, ripiegandoli con cura.”

Dunque fin qui tutto bene. Passiamo alle note dolenti. Eh si, perché purtroppo di note dolenti ce ne sono diverse e tutte piuttosto rilevanti.

Come nella precedente opera di Carrisi (“La casa delle voci” di cui trovate la mini recensione nel blog) , la trama procede mediante degli snodi narrativi che si risolvono in maniera assurda o , nel migliore delle ipotesi , con una semplicità stucchevole. I personaggi sono stereotipati in maniera tremenda e neanche l’interessante espediente letterario di renderli senza identità riesce ad incentivare una caratterizzazione tridimensionale: gli oscuri segreti che i personaggi nascondono e come questi li hanno forgiati alla vita risultano di una banalità disarmante. Si giunge così ad un finale che , per usare un eufemismo, non fa cadere dalla sedia. Insomma , non bisogna avere un’intelligenza sopra la media per prevedere abbastanza agevolmente (e sin dalle prime battute) come si sviluppa la vicenda: sintomo evidente di una trama debole e banale, seppur raccontata con mestiere.

Voglio bene a questo autore, ho avuto il piacere di conoscerlo di persona in libreria durante una sessione di firmacopie e mi ha dato l’impressione di una persona estremamente cordiale e disponibile. Ho soprattutto apprezzato il suo mettersi a disposizione sui social durante le logoranti giornate di lockdown, leggendo le sue opere ad un pubblico invisibile ma presente.

Per tutti questi motivi i libri di Carrisi troveranno sempre spazio nella mia libreria ma, mi spiace, con “Io sono l’abisso” non ci siamo proprio.

I fasti toccati da “Il suggeritore” sono lontani.

Philip K. Dick (1928-1982) è considerato uno dei più grandi scrittori di fantascienza della storia. I suoi romanzi hanno dato vita a storie iconiche della fantascienza (“La svastica sul sole”, “Ubik” e “Le tre stimmate di Palmer Eldritch” per citarne alcuni) che hanno ispirato diverse serie tv ed un film di culto come “Blade Runner”. Tuttavia molti ritengono che l’essenza e la grandezza di Dick sia riposta nella sterminata produzione di racconti dove l’autore ha iniziato a sperimentare lo stile e le tematiche distintive della sua opera: l’ossessiva indagine della realtà circostante, l’inconsueto e non convenzionale che genera smarrimento e perdita di identità, la follia e la mancanza di fiducia in tutto ciò che è ordinario. I racconti di Dick li potete trovare ristampati da Fanucci editore e raccolti in 4 volumi che li suddividono per periodo storico.

Nella prefazione al primo di questi volumi Dick spiega come si sia avvicinato alla scrittura di genere science fiction e da dove abbia tratto ispirazione, fornendoci un’illuminante lezione di scrittura creativa. Ci narra del suo primo racconto venduto ad una rivista di genere, la Magazine of Fantasy & Science Fiction di Anthony Boucher. Questo racconto, intitolato “Roog”, descrive la storia di un cane che ogni venerdì mattina all’alba abbaia in maniera sconsiderata e molesta all’indirizzo dei netturbini, rei di rubare il prezioso cibo contenuto nei bidoni della spazzatura dei suoi padroni. I netturbini vengono visti come entità maligne della peggiore specie e il cane come ultimo baluardo di quel violento attacco perpetrato da queste entità.

L’ispirazione per questo racconto arrivò nella mente di Dick osservando un vero cane , chiamato “Snooper”, che lo faceva impazzire tutte i venerdì mattina con i suoi latrati all’indirizzo degli operatori ecologici. Dick provò ad entrare nella mente di Snooper e a vedere le cose dal suo punto di vista. Capii che la realtà di Snooper era molto differente da quella che percepiamo noi e che questa era altrettanto comprensibile e lecita: per Snooper gli spazzini erano creature orribili e il mondo tutto era insensibile ed inerme di fronte a tanta malvagità.

Deve essere stata un’esistenza terribile per il povero Snooper !

Più in generale Dick capii che padroneggiare il punto di vista di qualsiasi essere vivente gli apriva la possibilità di esplorare infinite realtà diverse e distanti dalla nostra. La cosa veramente interessante è che all’epoca (metà del secolo scorso) questo modo di vedere le cose non fu apprezzato dagli operatori del settore. La sci-fi era considerata letteratura di serie B quindi non si fa fatica a comprendere quanta riluttanza abbia incontrato Dick. Una eminente curatrice di antologie dell’epoca così sentenziò dopo aver letto “Roog”: “Gli spazzini non sono così. Non hanno colli sottili come matite e teste tremolanti. Non mangiano la gente”.

Molti anni dopo “Roog” e la sci-fi tutta acquistarono la giusta dignità. “Roog” fu incluso nei testi di alcune antologie per le scuole superiori e Dick ci racconta che parlando con gli studenti di una scuola comprese che tutti lo avevano capito, soprattutto un ragazzo non vedente. Questo ragazzo aveva compreso meglio di chiunque altro quale angoscia frustrava il povero cane protagonista del racconto. E’ evidente quindi che chi non ha avuto la possibilità di vedere la realtà che lo circonda è in grado di comprendere ed accettare molto più facilmente di chiunque altro le infinite realtà che derivano da punti di vista distanti dal nostro. Più in generale, il senso ultimo della scrittura narrativa secondo Dick divenne quello di dare voce a tutte le creature che voce non hanno o che non vengono ascoltate.

Dick è morto e, nonostante lo scetticismo di cui è stato vittima all’inizio della sua carriera, ci ha lasciato in eredità questo racconto e tutta la sua monumentale opera. Anche il povero Snooper è morto.

Oggi sappiamo che entrambi facevano la cosa giusta.

“Visione, lei ha uno scheletro nell’armadio ?”“Io non ho uno scheletro, signore”

In genere non esprimo opinioni su una serie TV dopo aver visto due episodi. Questo perché sono fermamente convinto che solo dopo aver visto l’opera nella sua interezza è concesso, nel rispetto del codice deontologico del recensore,   esporre un proprio punto di vista.

Tuttavia faccio un’eccezione per WandaVision, la serie trasmessa su Disney+ che lancia ufficialmente la fase 4 del Marvel Cinematic Universe. I primi due episodi sono stati caricati nella piattaforma di casa Disney venerdì 15 Gennaio e sono quindi già disponibili per tutti gli abbonati. I restanti 7 episodi saranno caricati un episodio alla settimana a partire da Venerdì 22 Gennaio. 

La storia di WandaVision è incentrata su Wanda Maximoff e il sintezoide Visione, due degli eroi che hanno preso parte alla feroce battaglia contro Thanos, nei film “Avengers: Infinity War” e “Avengers:Endgame” che hanno chiuso la fase 3 dell’ MCU. Solo per chi vivesse dentro un bunker sotterraneo, ricordo che al termine di quella sanguinaria guerra i nostri eroi hanno sconfitto Thanos e riportato in vita metà della popolazione dell’universo spazzata via dallo schiocco di dita del folle Titano caricato a pallettoni dalle gemme dell’infinito. Ma non senza dolorose perdite: Visione c’ha lasciato le penne e questo probabilmente ha provocato più di qualche scoria nell’equilibrio mentale della potente Wanda.

La storia riparte dalla conclusione di quei tragici eventi e lo fa in maniera totalmente bizzarra e spiazzante per chi finora ha seguito tutti i film dell’MCU. Ritroviamo infatti Wanda e Visione all’interno di una sitcom degli anni 50/60 che ci raccontano la quotidianità della loro vita di coppia e di come si adoperino per integrarsi nella ridente comunità di Pleasantville. Il tutto condito con una rappresentazione in bianco nero, schermo a 4:3, risa registrate di un ipotetico pubblico presente in “sala”. Insomma alle battaglie ultracromatiche subentrano le atmosfere da commedia americana in stile “Lucy e Io” o “Vita da Strega”.

Come sia possibile che i nostri si ritrovino in questo scenario e , soprattutto, come mai Visione sia ancora vivo non c’è dato da sapere. I numerosi indizi contenuti all’interno delle due puntate viste finora, nonché alcuni eventi in particolare che accadono (e rimarcati con l’utilizzo del colore,  per lo più il rosso , in forte contrasto con lo scenario in bianco e nero) fanno presupporre che la realtà che ci viene mostrata sia stata artatamente creata dalla stessa Wanda per trovare rifugio e riscostruirsi la vita che ha sempre desiderato. Ci viene però suggerito che dietro questa bolla artificiale di perbenismo e quieto vivere ci sia una realtà tutt’altro che idilliaca e che qualcuno stia monitorando la situazione, prendendo appunti e cercando un contatto per riportare indietro la povera Wanda. Qualcosa che ricorda fortemente le atmosfere artefatte di “The Truman Show”. In queste prime due puntate si ride molto, ma allo stesso tempo si è consapevoli che stiamo assistendo alla quiete prima della tempesta.

Chi di comics Marvel ne ha letti tanti come il sottoscritto, ha capito che non è possibile seguire la serie senza avere le antenne dritte:  ogni dettaglio, ogni easter eggs o ammiccamento,  ogni piccolo aspetto  (anche di contorno) rimandano ad un particolare personaggio o storia narrata nei fumetti. Ho passato la mattinata a fare congetture su come potrebbe evolversi la trama sulla base di quanto è stato già narrato nei fumetti, e non vi nascondo che non sto nella pelle nell’attesa dei prossimi episodi. Per chi è totalmente a digiuno di comics Marvel, sappiate solo che Wanda Maximoff ha già avuto una crisi di nervi che l’ha portata a riplasmare la realtà e che questo ha portato a conseguenze a dir poco tragiche, soprattutto sui mutanti. Sappiate anche che, nei fumetti, Wanda Maximoff è una mutante. Non fraintendetemi, questi non sono spoiler , sono solo i ipotesi di possibili evoluzioni, sogni bagnati di un incallito nerd.

La resa generale di questi due episodi è semplicemente straordinaria ed  io ne sono  letteralmente entusiasta. WandaVision è un capolavoro di scrittura (onore a Jac Schaeffer) reso in maniera eccezionale dalla recitazione di Elizabeth Olsen e Paul Bettany i quali dimostrano di avere il ritmo e i tempi comici dei migliori commedianti.

Concludendo, WandaVision è l’esempio lampante che quando ci sono le idee e il coraggio di mostrarle allora avviene qualcosa di magico. 

Bentornata Marvel, Casa delle idee.

Jonathan Fraser (Hugh Grant) è uno stimato oncologo pediatrico, uno che ha passato la vita a salvare i bambini dal cancro. E’ sposato con Grace (Nicole Kidman),  affermata terapista nella Manhattan che conta e donna bellissima. Jonathan e Grace hanno un figlio adorabile iscritto nella scuola più esclusiva di New York, roba che con un anno di retta scolastica io ci finisco di pagare il mutuo. Basterebbe la relazione con una come Nicole Kidman per raggiungere la pace dei sensi e passare a miglior vita, ma siccome  l’ingordigia non conosce la parola sazietà ecco spuntare il terzo incomodo: la giovane artista  Elena Alves (l’italianissima Matilda De Angelis), donna ambigua, sensuale e madre di un bambino che è stato in cura dal dottore oncologo uscendone riabilitato. Elena Alves è una donna non propriamente benestante ma comunque riesce misteriosamente a permettersi la retta per l’iscrizione del figlio nella stessa esclusiva scuola del figlio dei coniugi Fraser. Il suo ceto sociale però non le permette di inserirsi senza pregiudizi nella elitaria aristocrazia newyorkese.

Insomma non proprio una vitaccia per il nostro Jonathan Fraser. Ma il troppo spesso storpia e l’immagine della famiglia modello e aristocratica comincia a sgretolarsi quando la giovane Elena Alves viene trovata morta in un lago di sangue. Da questo momento comincia un tourbillon di rilevazioni,  di verità taciute e di segreti inconfessabili che distruggono la vita dei coniugi Fraser.  Il sottotesto è semplice: Siamo sicuri di sapere ogni cosa delle persone che più amiamo e ci sono vicine ?

“The Undoing – Le verità non dette” è una serie Tv trasmessa da Now TV (Sky Atlantic) , 6 puntate di circa 55 minuti l’una. E’ tratta dal romanzo “You Should Have Know” di Jean Haff Korelitz ,edito in Italia da Piemme con il titolo “Una famiglia felice”, ed è sceneggiata da David E. Kelly che proprio insieme alla Kidman ha lavorato su Big Little Lies, serie di successo da cui sono ripresi molti dei temi trattati da “The Undoing”. Alla regia troviamo un pezzo da novanta,  la danese e pluripremiata Susanna Bier (premio Oscar per il miglior film straniero per “In un mondo migliore”).

The Undoing aggiunge ai canoni del giallo che più classico non si può (c’è un delitto, ci sono una serie di sospettati e bisogna scoprire il colpevole) tematiche attuali come i rapporti genitoriali, la distorsione dei fatti da parte dei media, l’incomunicabilità.

I colpi di scena sono frequenti e ben distribuiti: all’inizio come cliffhanger finale in ogni puntata poi, sul finale, è un susseguirsi ininterrotto che lasciano il livello di tensione alto, inchiodano al divano e spingono al Binge Watching.

La serie la potrei definire a metà strada tra “Gone Girl” e “Sharp Objects” , entrambi opere di Gillian Flynn , senza raggiungerne il livello artistico e il senso di angoscia. Questo perché, nell’obbiettivo di indurre lo spettatore a sospettare di tutti , ci sono una serie di situazioni assurde e qualche personaggio (uno in particolare, il padre di Grace Fraser) non risulta ben caratterizzato. Questo, per fortuna, non sposta la resa finale dell’intera opera. Il climax invece, condensato nell’ultima puntata , risulta appagante: lascia buone sensazioni e un giudizio complessivamente positivo su una serie con alcuni difetti di scrittura ma che si sorregge su un cast stellare.

“The Undoing” ruota intorno alla prova attoriale di Nicole Kidman e Hugh Grant. Vedere la Kidman in campo lungo che cammina per le strade dell’East Upper Side di New York, con i capelli rossi al vento, le gambe slanciate , le scarpe col tacco e i cappotti ricercati inducono lo spettatore ad una certa sospensione dell’incredulità: non credo sia possibile incontrare per strada una bellezza così statuaria. La Kidman è la dimostrazione del fatto che la chirurgia estetica, se non invasiva, può restituire luce nuova alla propria bellezza: in questo senso Nicole Kidman è la Cappella Sistina del ritocco estetico.

Al di là del giudizio estetico , che per la Kidman è d’uopo, c’è da sottolineare come la prova attoriale sia finalmente di livello. Ritroviamo la Kidman dei fasti di “The Others”, una recitazione poco fisica, molto empatica grazie ad un uso magistrale degli sguardi (in questo un plauso va alla regia meticolosa della Bier che si sofferma spesso sui primi piani e sugli occhi).

Ma il personaggio meglio riuscito e quello di Jonathan Fraser. Hugh Grant in età adulta si scrolla di dosso la patina di dandy strappa cuori delle commedie londinesi e si cimenta in una parte incredibilmente drammatica, dove alterna in maniera magistrale il ruolo del carismatico dottore, quello del marito amorevole e quello dell’uomo disperato senza arte né parte. E ogni volta ci ricorda che lui è un grande attore.

Menzione a parte per Donald Sutherland (si c’è anche lui) che interpreta il facoltoso padre di Grace Fraser. Donald Sutherland ha una presenza scenica pazzesca. Guardatelo là, seduto su una panca dentro la sala di un museo d’arte, intento a mirare le opere ivi esposte: Sutherland riempe da solo la sala, tremano i muri. Senza farvi troppi spoiler c’è una scena in cui in primissimo piano fa un monologo magistrale che è destinato a diventare un meme virale (poi non dite che non ve l’ho detto..).

Ed infine chiudo con Matilda De Angelis. Mettetevi nei suoi panni: una ragazza di 25 anni che ha studiato canto e che si è ritrova a fare l’attrice grazie  ad un’intuizione di Stefano Accorsi. Qualche parte minore per film e serie TV, poi nessuna chiamata per un anno e mezzo. All’improvviso il tuo agente ti propone un provino per una grossa produzione americana. Ti approcci al provino come il sottoscritto va in edicola ad acquistare il “Turista per sempre”. Fai colpo, rimangono folgorati, ti prendono. La settimana dopo sei a New York sul set con Nicole Kidman, Hugh Grant e Donald Sutherland. Ti danno una parte con poche scene ma un ruolo centrale nella storia. Tu sei talmente e brava e bella che tiri fuori tutto il tuo essere sensuale, parli poco ma reciti con gli occhi,  proprio come te lo chiede la tua regista. Il risultato è straordinario: ci sei poco sulla scena ma aleggi nell’aria, rimani una presenza costante.

Matilda de Angelis ha vinto di sicuro.