La tana del Coniglio

e altre storie fantastiche

Non è semplice identificare “Tales from the loop” con uno specifico filone narrativo che non sia un generico “serie TV di fantascienza”.
Ambientata negli anni 80 negli Stati Uniti e più specificatamente a Mercer, una tranquilla località di campagna nell’Ohio, “Tales From the Loop” ci mostra una comunità che vive totalmente in simbiosi con robot e macchine futuristiche e la cui esistenza dipende fortemente da un laboratorio governativo sotterraneo chiamato “Loop”. Un laboratorio misterioso, una sorta di ibrido tra il CERN di Ginevra e l’Area 51 in Arizona, che fornisce lavoro agli individui più capaci e in cui vengono svolti misteriosi esperimenti.

Per collocazione temporale e per il fatto che lo scenario di una comunità passiva e dipendente dagli esperimenti e gli artefatti alieni contenuti all’interno di un laboratorio non è proprio il più desiderabile dei modelli di società contemplabili, potremmo dire che “Tales from the loop” rientra nella categorie delle ucronie distopiche.
La serie è tratta dalle opere digitali simili a pitture ad olio di un giovane artista e designer svedese, Simon Stalenhag.

L’opera di Stalenhag ritrae ambientazioni rurali assimilabili alle campagne svedesi, “impreziosite” dalla presenza di macchine e robot futuristici, quest’ultimi ritratti come relitti in decadenza. Un’ ambientazione retro futurista che dona ai paesaggi di Stalenhag un’atmosfera lugubre, abbandonata e vintage che ricorda gli scenari post apocalittici di Fallout, l’RPG di successo di Bethesda.

“Tales from the Loop” S1_Ep106 D02 Photo: Jan Thijs 2019

La serie Tv si sviluppa lungo l’arco di 8 puntate della durata di circa 50 minuti ognuna e il format è a metà strada tra l’antologico alla Black Mirror e il racconto seriale. Pertanto ogni puntata, dedicata ad un personaggio specifico della serie, è fruibile in maniera indipendente dalle altre, sebbene portino avanti un plot che è fortemente ispirato da quello imbastito da Stelenhag per le sue opere. La sceneggiatura è affidata a Nathaniel Helpern e alla regia si alternano vari registi tra cui Andrew Stanton, Charlie Mc Dowell e Jodie Foster.
La narrazione ci viene introdotta dal direttore del laboratorio Russ Willard, interpretato dal sempreverde Jonhatan Pryce. Willard ci spiega, senza scendere troppo nei dettagli, che lo scopo del “Loop” è quello di esplorare i misteri dell’universo realizzando quello che tutto ciò che l’umanità ritiene impossibile.

Gli abitanti di Mercer , ed in particolare la famiglia protagonista della serie e di cui Russ Willard è l’amorevole nonno, dovranno fare i conti con gli strani eventi provocati dal Loop, interagire con le macchine e i robot presenti nel paesaggio rurale in cui vivono e subire le conseguenze e i conflitti etico esistenziali che derivano dalla complicate scelte che dovranno compiere alla luce delle possibilità che la tecnologia può fornirgli. Il punto di vista adottato è quello adolescenziale, un approccio furbo che sembra andare molto di moda. Ma a differenza delle ultimi grandi produzioni di successo, non ci verranno fornite logorroiche spiegazioni su teorie scientifiche quali la circolarità del tempo o l’esistenza di un multiverso. Sono le immagini a mantenere alto il livello di tensione. Emblematica è la scena della visione della distruzione della casa della famiglia Willard che restituisce, a gravità invertita, lo stesso livello di inquietitudine dell’onda di sangue nell’Overlook Hotel di Shining.

Quello che emerge alla resa dei conti è una comunità passiva, il cui libero arbitrio sembra essere definitivamente perduto. Gli individui si muovono in maniera meccanica, quasi come fossero automi, all’interno di un paesaggio lugubre e artefatto che ricorda la vita artificiale in The Truman Show.
La colonna sonora di Philip Glass, meravigliosa nel suo minimalismo, ci accompagna per tutte le otto puntate e , unitamente alla atmosfere rarefatte di Stalenhag, ci restituisce la piacevole sensazione di essere ad una mostra d’arte in cui la narrazione scende inesorabilmente in secondo piano.
Chi si aspetta un narrazione lineare e piena d’azione potrebbe annoiarsi e rimanere deluso. “Tales from the loop” non fornisce troppe spiegazioni sull’andamento della trama, non è nel suo interesse. Scava invece nei recessi dell’animo umano e , come avviene in Black Mirror, analizza le conseguenze etiche sull’individuo che determinate possibilità fornite da una tecnologia aliena e futurista potrebbero avere.
Per chi ama una fantascienza dal ritmo lento e compassato e dalle atmosfere metafisiche Tarkovskijane, “Tales from the Loop” è una piccola gemma nell’oramai nutrito catalogo di Amazon Prime.

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