La tana del Coniglio

e altre storie fantastiche

La recensione di Later, l'ultimo romanzo di Stephen King

“Non mi piace cominciare con delle scuse – probabilmente esiste una regola che lo vieta, come non finire una frase con una preposizione – ma , dopo aver letto le trenta pagine abbondanti che ho scritto finora, mi sento in dovere di farlo. Le scuse riguardano una certa parola che mi ostino a utilizzare. Ho imparato diverse parolacce da mia madre e ne faccio uso da quando ero piccolo, ma questa è di sole quattro lettere. La parola in questione è ‘dopo’ “.

L’uscita di un romanzo di Stephen King è un evento planetario paragonabile all’uscita su grande schermo di un nuovo episodio di Star Wars. Nella tana del Coniglio un evento simile viene accolto come la venuta del redentore. L’emozione è la stessa di quella dei tanti wannabe Jedi che si recano al cinema con la spada laser tra le mani alla prima dell’ultimo film della saga di George Lucas.

Anche alla veneranda età di 74 anni e con un brutto incidente alle spalle che ha rischiato di portarcelo via prematuramente, lo zio rimane un autore piuttosto prolifico. Non bisogna aspettare molto tra la pubblicazione di un romanzo e il successivo: leggendo su Wikipedia contiamo 54 romanzi, 12 raccolte di racconti , una serie fantasy (La torre nera) composta da 8 volumi e tutta una serie di pubblicazioni, racconti, saggi e articoli usciti su riviste oppure solo su ebook.

Il suo ultimo lavoro (“Later” edito in Italia da “Sperling & Kupfer” ma negli Usa da “Hard Crime Case”, l’editore che in precedenza ha pubblicato “Colorato Kid” e “Joyland” ) esce a un anno di distanza dalla sua ultima raccolta di racconti (“Se scorre il sangue” sempre edito da Sperling & Kupfer) ed è già stato annunciata, per l’agosto del 2021 negli USA , la pubblicazione di un nuovo romanzo. Che Dio ce lo conservi a lungo.

Eppure nonostante oltre 500 milioni di copie vendute e numerosi adattamenti cinematografici delle sue opere, Stephen King viene sempre considerato un autore di genere thriller/horror. Inizialmente dispregiato dalla critica, poi man mano rivalutato, King non si è mai visto recapitare l’invito a sedersi nell’olimpo dei grandi autori americani. Una damnatio memorae di cui eminenti critici come Harold Bloom si sono fatti portavoce (quest’ultimo è arrivato addirittura a definire King come “Il male assoluto”).

Eppure sfido chiunque a trovare un autore che, dopo Dickens e meglio di King, sia riuscito a tratteggiare con le sue opere gli ultimi 40 anni di società americana. 

King da par suo sembra averci fatto il callo. Con una scrollata di spalle e per voce del giovane protagonista di “Later” afferma:

“Non voglio insinuare che sono arrivato al livello di Faulkner o di Updike ma…le cose si imparano facendole.”

“Later” racconta la storia di Jamie Conklin, un bambino apparentemente normale, figlio di una madre single che di mestiere fa l’agente letterario. Jamie però nasconde un inquietante segreto: vede i morti. Questi diventano a lui visibili immediatamente dopo il trapasso e non sembrano poter recare alcun danno. Anzi ,se interrogati, sembrano impossibilitati a mentire in merito ai loro più inconfessabili segreti. “Later” è un romanzo di formazione in cui il protagonista, grazie al suo dono maledetto, comprenderà che il bene e il male non sono due cose perfettamente distinte e che la luce è sempre affiancata dall’oscurità. Lo capirà a sue spese e a spese dei personaggi che gli ruotano attorno.

“Ripensandoci oggi, a volte mi viene da credere che la mia vita somigli a un romanzo di Dickens, ma con un bel po’ di parolacce.”

In “Later” c’è la grande recessione economica degli Stati Uniti verificatasi tra il 2007 e il 2013 a cavallo dell’amministrazione Obama, c’è un pizzico di sarcasmo verso il mondo dell’editoria e la moda dei romanzi seriali intrisi di sesso e fantasy (qualcuno ha detto “Trono di Spade” ?) ma, soprattutto, c’è tutta l’abilità e la schiettezza di King nel saper raccontare l’adolescenza, la perdita dell’innocenza e il modo di affrontare i demoni durante il percorso di crescita.  Questo aspetto è il vero e proprio asso nella manica di Stephen King. Come dice Nicola Lagioia in un piccolo saggio pubblicato qualche anno fa sulla rivista “Internazionale”:

“King ci sbatte in faccia, senza tanti complimenti, il bambino che siamo stati . E ci riesce così bene perchè i bambini sono veri. Per esempio puzzano, sudano, scoreggiano e dicono parolacce.” [Nicola Lagioia]

 E la loro descrizione è assolutamente realistica perché affidata ad uno stile diretto, semplice e non particolarmente aulico. Prendo ancora in prestito da Nicola Lagioia (mi perdonerà) un esempio un po’ greve (mi perdonerete) ma particolarmente calzante:  Una scoreggia descritta da Philip Roth o Jonathan Franzen odora dell’inchiostro con cui è stampata su carta. Una scoreggia descritta da Stephen King odora di merda.

“Credo che questa sia una storia dell’orrore. A voi stabilirlo”.

Questa frase è ripetuta dal protagonista come un mantra durante tutta la storia e quest’ultima si basa su un concetto che è apicale in tutta la narrativa di Stephen King e che possiamo riassumere dicendo che l’uomo, essendo dotato di libero arbitrio,  può scegliere di accogliere a se il male come i vampiri di Van Helsing che possono apparire solamente sotto invito. Come in “The Stand” , il male non è un concetto astratto o metafisico,  è qualcosa di assolutamente reale e prossimo a noi. E’ come una frequenza radiofonica diffusa ovunque e noi, che disponiamo di lunghe antenne pronte alla recezione, abbiamo il compito opposto del radioamatore: respingere il segnale e far vincere una frequenza di senso opposto.

Non vi nascondo che al termine della lettura mi è rimasto come un senso di incompiutezza. Per carità, le circa 300 pagine scorrono abbastanza velocemente e si rimane piacevolmente incollati alla poltrona, ma la storia ruota sempre sullo stesso canovaccio. L’incompiutezza a cui accennavo prima deriva dal fatto che il vero orrore tanto annunciato dal protagonista è sottociuto durante tutta la storia. Intendiamoci, avere la capacità di vedere i morti nello stato in cui avviene il trapasso non deve essere uno spettacolo gradevole (sopratutto se il trapasso è avvenuto in maniera violenta). Però se i morti sono innocui e anzi obbediscono come cagnolini alle nostre richieste allora si arriva a farci anche l’abitudine.

Il vero orrore, invece, arriva puntuale come un fendente sui denti solo nelle ultime pagine e la rivelazione di cui si fa portare meriterebbe un approfondimento maggiore. La sensazione è che King abbia disposto i tasselli sul tavolo e che molto altro deve essere ancora raccontato. In tal senso, la chiosa finale con cui si chiude il romanzo apre esplicitamente ad un seguito. E io sarò li davanti alla libreria di fiducia ad aspettarlo, come il wannabe Jedi è davanti al cinema con la spada laser in mano.

Se volete sapere se ve lo consiglio allora la risposta è SI, ve lo consiglio. A mio avviso non è il migliore romanzo della recente produzione dello zio ma… cosa volete che vi dica…io vi consiglierei anche la lista della spesa del droghiere se fosse scritta da Stephen King .

“Non so con quali armi si combatterà la Terza Guerra Mondiale, ma la Quarta guerra mondiale si combatterà con pietre e bastoni”. [Albert Einstein]

Ammettetelo. Quante volte avete desiderato con un pizzico di ipocrisia di abbandonare i vostri telefoni cellulari, sconnettervi dalla rete, spegnere la TV, sprofondare nel silenzio dei dispositivi elettronici e aprirvi al prossimo in eccessi di umanità incontrollata ?

Quante volte avete invocato pietà per voi stessi quando avete afferrato il vostro smartphone di ultima generazione e, spinti da un istinto compulsivo, avete scorso il pollice sullo schermo per leggere le ultime notifiche, avete riso dei meme più divertenti oppure avete provato appagamento nel vedere il contatore dei like incrementarsi.

Onestamente a me è capitato più volte e sempre mi sono chiesto se è questa la vita che ho sempre desiderato oppure , domanda più inquietante, se esiste una via di ritorno a tutto questo.

“Il Silenzio” di Don Delillo cerca di ipotizzare, in poco più di 100 pagine, uno scenario in cui tutti i televisori smettono improvvisamente di funzionare, tutti i telefoni cellulari si silenziano. Un’apocalisse digitale che avvolge la Manhattan del 2022 (e forse tutto il pianeta) in una nube di silenzio le cui cause sono ignote . Una Black Mirror al contrario, per citare una delle serie Tv di maggior successo.

Il tutto avviene per ironia della sorte nel giorno della SuperBowl, evento sportivo e mediatico per eccellenza.

“Dov’è la fede nell’autorità dei nostri device sicuri, delle nostre capacità di criptaggio, dei nostri tweet, dei troll, e dei bot. Ogni cosa nella datasfera è soggetta a distorsioni o furti ? E a noi non resta che starsene seduti qui a piangere per il nostro destino ?”

Delillo, autore considerato “profetico” (ma lui non si definisce tale) dopo opere come “Rumore Bianco” o “Underworld”, è oggi un signore benestante di 80 anni che scrive i suoi romanzi su una vecchia Olympus del 1975 e che , per scelta, non possiede uno smartphone. Una vita nell’ombra e lontana dai riflettori. Un atteggiamento che, forse, gli ha precluso riconoscimenti ben più ambiti di quelli che a buon ragione è riuscito ad ottenere.  

Quindi quale migliore autore per costruire una siffatta ambientazione utopica ?

Appare subito evidente che a Delillo non interessa spiegare le cause che hanno portato al blackout e non interessa nemmeno ipotizzare un epilogo a questa vicenda. Lo scopo di Delillo è quello di mostrare la reazione umana allo spegnimento di tutte le cose. Lo fa con una prosa molto attenta all’estetica delle parole. Una prosa che mostra, non racconta.

In questo scenario si muovono i cinque personaggi protagonisti della vicenda.

Tessa Barens e Jim Kripps sono coniugi benestanti, due facce della stessa medaglia che nel momento del “blip” sono su un volo di linea di ritorno da una vacanza in Europa. Tessa Barens è una scrittrice di versi , un’artista dedita a mantenere una pratica che dovremmo tutti riscoprire: fissare i dettagli del mondo circostante in un taccuino. Jim Kripps è un distinto signore che non riesce a staccare gli occhi dalle cicliche informazioni del volo sparate dai monitor dell’aereo. In pratica, sono tutto quello che io vorrei essere e tutto quello che io sono.

“Ok, ora ti dico quello che sto scrivendo. Semplice. Alcune delle cose che abbiamo visto”. – “Ma se abbiamo opuscoli, libretti, interi volumi !”. – “Ho bisogno di vederlo scritto con la mia grafia, magari tra vent’anni, ammesso che sarò ancora viva, e trovare un elemento mancante, qualcosa che adesso mi sfugge.”

Li aspettano in un appartamento a Manhattan , televisione sintonizzata sul Super Bowl e birra fresca in frigo, una coppia di amici e un amico dei due. Diane, una stimata insegnante di Fisica,  il marito Max  e Martin, il giovane ex allievo di Diane. Quest’ultimo è decisamente il più grottesco dei cinque: ossessionato dalla teoria della Relatività di Einsten lo vediamo reagire al blackout con un lungo sproloquio complottista filosofico che in maniera semplicistica, ma con pochi timori di essere smentiti, potremmo definire “pippone”.

E’ proprio la reazione dei cinque protagonisti e del mondo circostante a catturare l’attenzione del lettore.

Personaggi che sembrano inseriti in una rappresentazione del teatro dell’assurdo, ognuno dei quali rappresenta un mistero per gli altri (per quanto il loro legame potesse essere stretto), ognuno dei quali racchiuso nell’individualità del proprio schermo.

 Personaggi che si parlano addosso con monologhi filosofici sconnessi,  dialoghi serrati, taglienti e senza senso che strappano più di un amaro sorriso. Il tutto senza volgere lo sguardo verso il proprio interlocutore. L’impossibilità di stabile un contatto, come se la tecnologia fosse un ponte elettronico senza il quale è preclusa ogni possibilità di comunicazione.

Come macchine , che necessitano di un laborioso riavvio per tornare a funzionare, la gente comincia a riversarsi nelle strade , inizialmente con cautela e poi , sulla scia di un senso di liberazione , tutti camminano, si interrogano, tutti si accompagnano vicendevolmente. Il cervello che torna in funzione, piccoli aliti di ricordi che riaffiorano come un sibilo d’aria proveniente da polmoni ottenebrati dal catrame della nicotina. Gli istinti primitivi sopiti che riemergono dal torpore.  Frammenti umani di una civiltà che scivolano nel piano inclinato di una morente tecnologia.

“Quando un elemento mancante viene a galla senza l’ausilio di alcun supporto digitale, ognuno lo annuncia all’altro con lo sguardo perso in lontananza. l’aldilà di ciò che si sapeva da tempo e che è andato smarrito”

In conclusione, “il Silenzio” è un libro veramente molto breve. Lo si consuma con la stessa velocità con la quale si sorseggia un Jack Daniels con ghiaccio. E come un bicchiere di Jack Daniels con ghiaccio, non lascia risposte. Lascia vagare la mente.

Ve lo consiglio ? Si, qualora esca come racconto inserito in un’antologia. Il formato attualmente in libreria e edito da Einaudi, è un libricino tascabile di poche pagine con tanto di copertina rigida. Un formato e un’opera che non giustificano i 14 euro di spesa.

“E’ questo l’abbraccio casuale che segna la caduta della civiltà mondiale ?”

In principio fu uno dei tanti buoni propositi per l’anno nuovo. Uno di quelli non dichiarati a priori per timore di non riuscire a realizzarli.

Lo spunto è arrivato da un mio caro amico che chiameremo l’Auditore per preservarne l’anonimato.

L’Auditore , uomo scaltro e infinitamente saggio, mi ha fatto capire che non è complicato (anzi è terapeutico) riuscire a dedicare alla lettura il tempo equivalente di 50 pagine al giorno. Ho accolto il suo consiglio con vera passione e , siccome il processo del pensiero non può mai essere completo senza un’articolazione, alla lettura è seguito questo blog come spazio di condivisione in assoluta libertà di pensiero.

Mai consiglio fu più prezioso. Dovete sapere che mi sento come una pallina impazzita dentro un flipper e il momento dedicato alla lettura è l’unico che permette di tenere la pallina dritta lungo un binario senza che il flipper vada in tilt.

La sezione del blog in cui vi parlo delle mie letture non poteva non chiamarsi “50 pagine al giorno” ed è mia intenzione rendervi conto, mese per mese, di tutto quello che è passato davanti i miei occhiali da vista anti riflesso e anti luci blu (94 euro).

Dopo la dovuta introduzione passiamo alle letture del Coniglio per il mese Gennaio 2021.

Shirley Jackson (14 Dicembre 1916 – 8 Agosto 1965)

Cominciamo subito con il dire che Gennaio 2021 è stato il mese del genere gotico e di una scrittrice definita da  Stephen King come “madre artistica”: Shirley Jackson.

Quella di Shirley Jackson è una storia di vessazioni e di solitudine. Sin da bambina ha dovuto subire pesanti critiche a causa del suo aspetto fisico. La madre addirittura la definì “un aborto mancato”. Da adulta si sposò con un noto intellettuale ebreo ma la sua vita non fu felice. Oppressa da un marito dispotico e poco fedele, la Jackson sviluppò una grave forma di depressione che la portò ad isolarsi dal resto del mondo e a sviluppare il suo enorme talento per la scrittura.

In “Abbiamo sempre vissuto nel castello” (“We have always lived in the castle”, 1962) vengono rappresentate le due anime che hanno vissuto dentro la Jackson in una sorta di convivenza tormentata: quella assoggettata e quella ribelle. E’ la storia delle due sorelle Blackwood  che vivono da recluse in una grande casa assieme all’anziano zio. La quiete quotidiana e l’equilibrio mentale di una delle due sorelle (la protagonista Merricat) viene interrotta dall’arrivo di un intruso che dietro una patina di perbenismo mira ad accaparrarsi le ricchezze racchiuse nella casa. La storia ha un epilogo drammatico che porta il resto della comunità, da sempre ostativa nei confronti delle due sorelle a causa del loro oscuro passato, a distruggere la casa ma non la volontà delle due di ricominciare una nuova vita invisibili al resto del mondo.    

Nel racconto  “La lotteria” (“The lottey or The adventure of James Harris”, 1949) , in un piccolo villaggio di poche centinaia di persone ci si prepara all’annuale lotteria che , come da tradizione, dovrebbe portare buon augurio per un raccolto ricco e prosperoso. I preparativi avvengono in clima frivolo e sereno, ma qualcosa di inquietante si comincia delineare sin dall’inizio nel comportamento della comunità che partecipa alla festa. L’orrore sarà evidente al termine della storia in cui scopriamo in cosa consiste il premio riservato al fortunato vincitore della riffa.

Infine, in “Incubo a Hill House” (“The Haunting of Hill House”, 1959) , un gruppo di persone viene radunato da un sedicente scienziato per far parte di un progetto di ricerca finalizzato a studiare gli eventi paranormali che avvengono in una casa infestata. Tra queste c’è la giovane Eleanor che accetta di far parte dell’esperimento per sfuggire ad una vita triste e priva di soddisfazioni. Inutile dire che a farne le spese sarà proprio Eleanor che, nel tentativo di rimanere sana di mente, cade succube della casa in un drammatico epilogo.

 Tre storie che presentano forti elementi gotici in cui la componente romantica si fonde con  quella dell’orrore in uno scenario costituito per lo più da ambienti cupi, tenebrosi e da grandi case “che drizzano la testa imponenti contro il cielo senza concessioni all’umanità”. Ma sono anche le storie di donne mai felici che portano avanti la loro vita tra piccole colpe e grandi rimproveri, un tedio costante e una disperazione senza fine. Donne che non hanno mai scelto di diventare schive e timide, donne sole senza nessuno da amare. 

Completa la mia incursione nel mondo del gotico la lettura di un classico della letteratura: “Giro di vite” di Henry James (“The Turn of screw”, 1898), la storia di una giovane istitutrice che viene mandata in una magione nella campagna inglese ad accudire due bambini rimasti orfani. Qui la giovane è testimone di strani fenomeni che la convincono che i due bambini siano posseduti dalle anime di due malvagi defunti.

“Giro di Vite” contiene tutti gli stilemi del romanzo gotico di cui ho parlato in precedenza ma rappresenta un romanzo seminale nel suo genere perché, per la prima volta, una storia di fantasmi viene trattata non più come accettazione del paranormale ma come rappresentazione del male derivante dal proprio inconscio. Quello che verrà all’epoca definito “nuovo gotico” evolve il concetto di terrore, dall’essere suscitato da forti temporali o oggetti inanimati fluttuanti a una letale forma di quiete assoluta derivante del senso di disagio e immobilità.

Al termine della lettura quindi non si ha chiara la percezione se i fantasmi che si manifestano siano reali oppure frutto della mente contorta dell’istitutrice. La protagonista del romanzo non vuole essere rassicurata sul terrore provato, ma vuole essere rassicurata sulla possibilità che quello che ha visto sia effettivamente reale. E tale prova la si può ottenere solamente trovando il consenso di una seconda testimonianza.

“Più ci penso e più capisco, e più capisco e più ho paura. Non so più cosa non vedo, che cosa io non tema!”

Abbandonando il romanzo gotico ma rimanendo in tema di traumi infantili e disagi familiari , “Io sono l’abisso” di Donato Carrisi (qui nel blog trovate la recensione) racconta una storia di ordinaria privazione utilizzando tre personaggi senza nome ma identificati da semplici epiteti. Ogni personaggio si trascina un passato difficile. Fatti di dolore e soprusi, di egoismo e cieca ambizione che , come per i romanzi di Shirley Jackson, nascono nelle quattro mura domestiche e maturano in forme imprevedibili, spesso tragiche, sempre drammatiche.

Il confronto con la Jackson e il genere gotico in questo caso è irriverente, ma appare evidente che non serve ambientare una storia in castello medievale diroccato per avere un buon racconto gotico. L’orrore può svilupparsi anche in due camere e cucina arredate con mobili Ikea. Purtroppo, in questo caso , il thriller procedurale di “Io sono l’abisso” risulta essere pieno di luoghi comuni, seppur scritto con la maestria dello buon mestierante quale è Donato Carrisi.

Nell’elenco dei libri letti del mese non poteva mancare un salto nella fantascienza più classica. “Oltre l’invisibile” (“Time and Again”, 1951 – di cui potete trovare la recensione qui nel blog) del maestro Clifford Simak è uno splendido esempio di quella fantascienza che rifugge gli aspetti tecnologici e approfondisce gli aspetti intimistici, religiosi e filosofici. La storia narra del ritorno sul pianeta terra del comandante Asher Sutton dopo una missione suicida nell’ impenetrabile pianeta 61 Cygni. Il bagagliaio di conoscenze e di capacità cognitive sviluppate durante questa missione pongono il comandante Sutton al centro di un fitto intrigo composto da cospirazioni governative disposte a tutto pur di impadronirsi di questa preziosa conoscenza, di viaggi nel tempo e di profonde riflessioni sul concetto di fede e destino. Clifford Simak, autore seminale per un nutrito gruppo di autori di fantascienza (non ultimo Isaac Asimov), ci conduce per mano in una labirintica trama evitando di spiegarci il tutto con il raziocinio dello scienziato. Piuttosto ci invita ad una profonda riflessione sul ruolo degli uomini e di tutte le specie viventi che vivono all’interno dell’universo. E lo fa mediante l’utilizzo di uno stile romantico inserito in un paesaggio rurale che ricorda la narrativa di Stanislaw Lem oppure le opere visionarie di Simon Stalenhag. 

Non mi rimane che riepilogare le letture del mese:

  • Shirley Jackson – “Abbiamo sempre vissuto nel castello” (1962)
  • Shirley Jackson – “L’incubo di Hill House” (1959)
  • Shirley Jackson – “La Lotteria” (1949)
  • Henry James – “Giro di Vite” (1898)
  • Donato Carrisi – “Io sono l’abisso” (2020)
  • Clifford Simak – “Oltre L’invisibile” (1951)

Libro del mese:

Shirley Jackson – “Abbiamo sempre vissuto nel castello” (1962)