La tana del Coniglio

e altre storie fantastiche

Un rapido sguardo sulle letture del mese di Febbraio 2021

Febbraio se n’è andato annoiato e stanco come un treno merci carico di dubbi e di canzoni sanremesi urlate. E tra un piccolo traguardo raggiunto e una moltitudine di cose da fare siamo arrivati a Marzo, mese che dovrebbe aprirci definitivamente la strada alla primavera ma che , in una sorta di refrain alla Truman Show, ci porta all’ennesimo lockdown. E’ passato esattamente un anno dal primo lockdown. E’ stato un anno di pesanti rinunce, un anno che ci ha messo a dura prova, un anno che mi ha debilitato (anche fisicamente). E dopo un anno nulla sembra essere cambiato. Se un tempo facevo le ore piccole davanti ad un portale web cercando di accaparrarmi un biglietto per un concerto di Roger Waters o dei Radiohead, adesso faccio la stessa cosa per cercare di prenotare il vaccino per mia madre. Stiamo invecchiando male amici miei.

L’unica costante piacevole di queste giornate è diventato il progetto “50 pagine al giorno” che anche nel mese di Febbraio si è portato in dote il suo carico di libri.

Il primo dei libri di cui vi voglio parlare è un vecchio recupero. Faccio una premessa, non sono particolarmente in sintonia con il riprendere in mano libri che ho già letto in passato. Ritengo che la vita sia troppo breve e troppi sono i libri da leggere ma, in questo caso, spinto dalla serie TV ho fatto un’eccezione. Il libro in questione è “L’ombra dello Scorpione” (ora, sull’onda del recente riadattamento per le piattaforme digitali, ha riacquisito il suo titolo originale: “The Stand”). “The Stand” lo lessi quando ancora era disponibile la versione “tagliata” ed io, troppo piccolo, troppo attratto dai videogames e probabilmente spaventato dalla mole, lo interruppi dopo una manciata di pagine.  La storia la conoscete tutti è sapete benissimo che è maledettamente attuale: una tremenda e mortale pandemia si diffonde in tutto il globo e i pochi sopravvissuti devono riorganizzare dalla fondamenta la società cercando di non ripetere gli errori commessi prima del reset. E nel fare questo sono chiamati a dover scegliere tra il bene e le tentazioni del male assoluto.

La distinzione tra il male e il bene è molto meno netta di quello che si potrebbe pensare. Il male non è qualcosa di sovrannaturale o metafisico. Sebbene nel romanzo vi troviamo la migliore caratterizzazione di un villain che io abbia mai letto (la descrizione che King ci regala di Randall Flagg rimane memorabile),  il male esiste realmente, è in tutti noi ed estirparlo è impossibile come estrarre un uovo dal guscio senza romperlo. Satana è come un puzzle e ogni uomo, donna e bambino sulla terra aggiungono la propria tesserina per ricostruire il tutto.

Il concetto di libero arbitrio applicato al male è l’aspetto più inquietante di tutto il romanzo e rappresenta l’asso nella manica di tutta l’opera di Stephen King.

Potrei parlare per ore e ore di “The Stand”, potrei scrivere pagine e pagine di articoli e questi non sarebbero altro che un mucchio di parole che si aggiungerebbero a quanto (e tanto) è stato detto.  Chiudo la mia chiosa su “The Stand” invitandovi fortemente ad immergervi nelle 1200 pagine dell’edizione integrale di questo capolavoro e di lasciare da parte la serie TV (per la quale sospendo il giudizio dopo la visione delle prime puntate, ma la sensazione non è affatto positiva).

La mia incursione nel genere Fantascienza di questo mese è stata un buco nell’acqua. Il romanzo in questione è “Metropolitan” di Walter Jon Williams, uscita di Febbraio della validissima collana “Urania Collezione”. Di questo libro ne avevo sentito parlare benissimo. Williams viene considerato dagli appassionati un autore eclettico e molto dotato , altri considerano “Metropolitan” un’opera sublime, una delle migliori cose scritte per la Fantascienza. Ammetto di non aver letto nulla di Williams prima di “Metropolitan”. Ammetto anche di essere una voce fuori dal coro: questo libro l’ho trovato incredibilmente noioso e pesante. La storia, tra l’altro, non mi è sembrata propriamente annoverabile al genere Fantascienza. Si tratta infatti di un Urban Fantasy dalle venature cyberpunk.  La narrazione è ambientata in un’immensa città che ricopre completamente il pianeta (e qui finiscono i riferimenti cyberpunk). Il sistema economico e sociale si sostiene su una misteriosa forma di energia chiamata Plasma, un fluido magico che pochi sanno padroneggiare senza provocare vere e proprie catastrofi. La protagonista del romanzo è Aiah un’impiegata del dipartimento per gli usi illegali di questa energia, un qualcosa di simile all’impiegato dell’Enel. Aiah si trova improvvisamente a controllare una riserva infinita di Plasma. Questa le conferisce poteri magici  che vanno ben oltre le proprie capacità. Da qui l’esigenza di rivolgersi a Constantine, un magnate della città,  un uomo misterioso ma molto potente con il quale instaura un’ardita collaborazione e un’appassionata relazione sentimentale. E’ proprio quest’ultima uno degli aspetti più pesanti del romanzo. La descrizione della relazione tra Aiah e Constantine si dilunga troppo e ruba spazio all’azione. Sembra di leggere un romanzo della collana Harmony piuttosto che dei Classici di Urania. Di questo libro esiste un seguito (“City on Fire”) che riprende le vicende da dove si interrompono in Metropolitan ma non sono tanto sicuro di volerlo recuperare.

Quando un editore prende un tuo racconto di una manciata di pagine, ne riduce il formato e lo veste con una copertina rigida vendendotelo a 14 euro allora significa che sei diventato un autore mainstream. Einaudi è solita in questo tipo di operazioni e stavolta ci sono cascato con l’ultimo lavoro di Don Delillo, “Il Silenzio”.  A mia parziale discolpa Signor Giudice posso dire che la sinossi di questo libro è stata una forza di gravità a cui era impossibile resistere. In questo racconto DeLillo ipotizza uno scenario in cui improvvisamente tutti gli schermi del mondo smettono di funzionare. Televisori, telefoni, tablet si spengono nel giorno dell’evento multimediale per antonomasia: l’appuntamento annuale del SuperBowl. In questo scenario alla ‘Black Mirror al contrario’ è assolutamente interessante e divertente osservare la reazione dei cinque personaggi protagonisti della storia. Personaggi che sembrano inseriti in una piece del teatro dell’assurdo, ognuno dei quali rappresenta un mistero per gli altri (per quanto il loro legame potesse essere stretto), ognuno dei quali racchiuso nell’individualità del proprio schermo.

Personaggi che si parlano addosso con monologhi filosofici sconnessi,  dialoghi serrati, taglienti e senza senso, senza volgere lo sguardo verso il proprio interlocutore. La manifestazione netta dell’impossibilità di stabile un contatto, come se la tecnologia fosse un ponte elettronico senza il quale è preclusa ogni possibilità di comunicazione.

Appare subito evidente che a Delillo non interessa spiegare le cause che hanno portato al blackout e non interessa nemmeno ipotizzare un epilogo a questa vicenda. Lo scopo è quello di mostrare la reazione umana allo spegnimento di tutte le cose. E nel perfetto stile Delilliano il tutto è descritto con una prosa molto attenta all’estetica delle parole. Una prosa che mostra e non racconta. Nulla perà che giustifica i 14 euro di spesa a mio avviso. Severo ma giusto Signor Giudice, severo ma giusto.

Se volete comunque saperne di più vi invito alla recensione in questo stesso blog.

In un’intervista del 1976 per il “Paris Review” viene chiesto a Ray Bradbury se la Fantascienza sia diventata un genere letterario rispettabile dall’establishment letterario. Bradbury rispose che gli autori di Fantascienza sono nati e continuano a vivere nella clandestinità. A distanza di oltre 30 anni da questa intervista (che potete trovare nell’antologia di racconti “Cento Racconti. Autoantologia 1943-1980” edito da Mondadori)  non ho elementi per parlare dello stato di salute del genere ma , probabilmente, qualcosa è cambiato. Secondo Bradbury gli intellettuali arrivano con 25 anni di ritardo nel prendere in considerazione la narrativa di idee (questa è personale definizione di “Fantascienza” che fornisce Bradbury) perché questi non sanno amare, non sanno provare emozioni, non sanno entusiasmarsi. Questa lunga premessa è per dirvi che il prossimo libro di cui vi parlo è di un autore molto importante ma che nulla c’entra con il genere Fantascienza e forse questo è uno dei tanti piccoli segnali di una rispettabilità acquisita che le nostre lunghe antenne marziane stanno captando.

Joyce Carol Oates  è una prolifica scrittrice americana che ha spaziato ogni genere letterario. Nei suoi oltre 100 libri ha saputo abbracciare la narrativa per l’infanzia, le poesie, la drammaturgia, la saggistica, i romanzi e i racconti, collezionando una pletora di riconoscimenti e un premio Pulitzer sfiorato. Quando un autore di questo calibro si avvicina al genere Fantascienza qualcosa di magico necessariamente accade. Io personalmente sono stato attratto da “Pericoli di un viaggio nel tempo” dal titolo che evoca una delle mie grande passioni: le storie di viaggi nel tempo.

“Pericoli di un viaggio nel tempo” è in realtà molto più di questo.

La protagonista del romanzo è Adriane Strohl, una brillante ragazzina di diciassette anni che vive negli SNAR (Stati del Nord America Rifondati) una confederazione nata sulle ceneri dei grandi attacchi terroristici dell’11 Settembre e la conseguente guerra al terrorismo. Gli SNAR sono uno stato retto da un regime totalitario in cui non è tollerata nessuna forma di dissenso. Non viene tollerata nemmeno la curiosità di Adriane la quale viene arrestata per aver posto a scuola alcune domande considerate scomode durante il discorso di fine anno. La pena per questa “terribile” accusa è un balzo temporale a ritroso nel tempo in un’idilliaca località del Midwest al fine di potersi “riabilitare” e tornare a casa dai suoi genitori accuratamente indottrinata. Privata del suo passato e della sua vera identità, Adriane dovrà convivere in questo suo nuovo mondo, straniera in terra straniera, e riflettere sulla realtà che è costretta a vivere scoprendo, suo malgrado, che questa è molto più inquietante e terribile di quanto la monotona apparenza sembra mostrare.

“Pericoli di un viaggio nel tempo” è un libro sorprendente perché prende come spunto uno scenario ipotetico e assolutamente non auspicabile (sono stato bravo a non dire la parola “distopia” vero ?) per imporre una profonda riflessione sul presente, concetto questo che è l’essenza del genere “Fantascienza”. Gli Stati del Nord America ipotizzati dalla Oates non sono poi tanto differenti da alcuni regimi totalitari che attualmente abitano il nostro pianeta. Ma, soprattutto, le riflessioni più profonde sono indotte da una sapiente commistione tra fantascienza e psicologia del comportamento. I frequenti riferimenti alle teoria Skinneriane sulle dinamiche del rinforzo della psicologia comportamentale e sull’irrilevanza della coscienza nella comprensione del comportamento inducono a chiederci se effettivamente l’uomo sia una mera macchina priva di libero arbitrio che risponde a degli stimoli adeguatamente rinforzati.

Con “Pericoli di un viaggio nel tempo” la Oates finge di guardare dentro un ipotetico futuro ma , in realtà, guarda il riflesso della verità che è davanti a noi.

Come il più scaltro e talentuoso autore di Fantascienza.

Non mi rimane che riepilogare le letture di questo mese:

  • Stephen King – “The Stand” (1978)
  • Walter Jon Williams – “Metropolitan” (1975)
  • Don DeLillo – “Il Silenzio” (2021)
  • Joyce Carol Oates – “Pericoli di un viaggio nel tempo” (2018)

Libro del mese:

Joyce Carol Oates – “Pericoli di un viaggio nel tempo” (2018)

La recensione di Later, l'ultimo romanzo di Stephen King

“Non mi piace cominciare con delle scuse – probabilmente esiste una regola che lo vieta, come non finire una frase con una preposizione – ma , dopo aver letto le trenta pagine abbondanti che ho scritto finora, mi sento in dovere di farlo. Le scuse riguardano una certa parola che mi ostino a utilizzare. Ho imparato diverse parolacce da mia madre e ne faccio uso da quando ero piccolo, ma questa è di sole quattro lettere. La parola in questione è ‘dopo’ “.

L’uscita di un romanzo di Stephen King è un evento planetario paragonabile all’uscita su grande schermo di un nuovo episodio di Star Wars. Nella tana del Coniglio un evento simile viene accolto come la venuta del redentore. L’emozione è la stessa di quella dei tanti wannabe Jedi che si recano al cinema con la spada laser tra le mani alla prima dell’ultimo film della saga di George Lucas.

Anche alla veneranda età di 74 anni e con un brutto incidente alle spalle che ha rischiato di portarcelo via prematuramente, lo zio rimane un autore piuttosto prolifico. Non bisogna aspettare molto tra la pubblicazione di un romanzo e il successivo: leggendo su Wikipedia contiamo 54 romanzi, 12 raccolte di racconti , una serie fantasy (La torre nera) composta da 8 volumi e tutta una serie di pubblicazioni, racconti, saggi e articoli usciti su riviste oppure solo su ebook.

Il suo ultimo lavoro (“Later” edito in Italia da “Sperling & Kupfer” ma negli Usa da “Hard Crime Case”, l’editore che in precedenza ha pubblicato “Colorato Kid” e “Joyland” ) esce a un anno di distanza dalla sua ultima raccolta di racconti (“Se scorre il sangue” sempre edito da Sperling & Kupfer) ed è già stato annunciata, per l’agosto del 2021 negli USA , la pubblicazione di un nuovo romanzo. Che Dio ce lo conservi a lungo.

Eppure nonostante oltre 500 milioni di copie vendute e numerosi adattamenti cinematografici delle sue opere, Stephen King viene sempre considerato un autore di genere thriller/horror. Inizialmente dispregiato dalla critica, poi man mano rivalutato, King non si è mai visto recapitare l’invito a sedersi nell’olimpo dei grandi autori americani. Una damnatio memorae di cui eminenti critici come Harold Bloom si sono fatti portavoce (quest’ultimo è arrivato addirittura a definire King come “Il male assoluto”).

Eppure sfido chiunque a trovare un autore che, dopo Dickens e meglio di King, sia riuscito a tratteggiare con le sue opere gli ultimi 40 anni di società americana. 

King da par suo sembra averci fatto il callo. Con una scrollata di spalle e per voce del giovane protagonista di “Later” afferma:

“Non voglio insinuare che sono arrivato al livello di Faulkner o di Updike ma…le cose si imparano facendole.”

“Later” racconta la storia di Jamie Conklin, un bambino apparentemente normale, figlio di una madre single che di mestiere fa l’agente letterario. Jamie però nasconde un inquietante segreto: vede i morti. Questi diventano a lui visibili immediatamente dopo il trapasso e non sembrano poter recare alcun danno. Anzi ,se interrogati, sembrano impossibilitati a mentire in merito ai loro più inconfessabili segreti. “Later” è un romanzo di formazione in cui il protagonista, grazie al suo dono maledetto, comprenderà che il bene e il male non sono due cose perfettamente distinte e che la luce è sempre affiancata dall’oscurità. Lo capirà a sue spese e a spese dei personaggi che gli ruotano attorno.

“Ripensandoci oggi, a volte mi viene da credere che la mia vita somigli a un romanzo di Dickens, ma con un bel po’ di parolacce.”

In “Later” c’è la grande recessione economica degli Stati Uniti verificatasi tra il 2007 e il 2013 a cavallo dell’amministrazione Obama, c’è un pizzico di sarcasmo verso il mondo dell’editoria e la moda dei romanzi seriali intrisi di sesso e fantasy (qualcuno ha detto “Trono di Spade” ?) ma, soprattutto, c’è tutta l’abilità e la schiettezza di King nel saper raccontare l’adolescenza, la perdita dell’innocenza e il modo di affrontare i demoni durante il percorso di crescita.  Questo aspetto è il vero e proprio asso nella manica di Stephen King. Come dice Nicola Lagioia in un piccolo saggio pubblicato qualche anno fa sulla rivista “Internazionale”:

“King ci sbatte in faccia, senza tanti complimenti, il bambino che siamo stati . E ci riesce così bene perchè i bambini sono veri. Per esempio puzzano, sudano, scoreggiano e dicono parolacce.” [Nicola Lagioia]

 E la loro descrizione è assolutamente realistica perché affidata ad uno stile diretto, semplice e non particolarmente aulico. Prendo ancora in prestito da Nicola Lagioia (mi perdonerà) un esempio un po’ greve (mi perdonerete) ma particolarmente calzante:  Una scoreggia descritta da Philip Roth o Jonathan Franzen odora dell’inchiostro con cui è stampata su carta. Una scoreggia descritta da Stephen King odora di merda.

“Credo che questa sia una storia dell’orrore. A voi stabilirlo”.

Questa frase è ripetuta dal protagonista come un mantra durante tutta la storia e quest’ultima si basa su un concetto che è apicale in tutta la narrativa di Stephen King e che possiamo riassumere dicendo che l’uomo, essendo dotato di libero arbitrio,  può scegliere di accogliere a se il male come i vampiri di Van Helsing che possono apparire solamente sotto invito. Come in “The Stand” , il male non è un concetto astratto o metafisico,  è qualcosa di assolutamente reale e prossimo a noi. E’ come una frequenza radiofonica diffusa ovunque e noi, che disponiamo di lunghe antenne pronte alla recezione, abbiamo il compito opposto del radioamatore: respingere il segnale e far vincere una frequenza di senso opposto.

Non vi nascondo che al termine della lettura mi è rimasto come un senso di incompiutezza. Per carità, le circa 300 pagine scorrono abbastanza velocemente e si rimane piacevolmente incollati alla poltrona, ma la storia ruota sempre sullo stesso canovaccio. L’incompiutezza a cui accennavo prima deriva dal fatto che il vero orrore tanto annunciato dal protagonista è sottociuto durante tutta la storia. Intendiamoci, avere la capacità di vedere i morti nello stato in cui avviene il trapasso non deve essere uno spettacolo gradevole (sopratutto se il trapasso è avvenuto in maniera violenta). Però se i morti sono innocui e anzi obbediscono come cagnolini alle nostre richieste allora si arriva a farci anche l’abitudine.

Il vero orrore, invece, arriva puntuale come un fendente sui denti solo nelle ultime pagine e la rivelazione di cui si fa portare meriterebbe un approfondimento maggiore. La sensazione è che King abbia disposto i tasselli sul tavolo e che molto altro deve essere ancora raccontato. In tal senso, la chiosa finale con cui si chiude il romanzo apre esplicitamente ad un seguito. E io sarò li davanti alla libreria di fiducia ad aspettarlo, come il wannabe Jedi è davanti al cinema con la spada laser in mano.

Se volete sapere se ve lo consiglio allora la risposta è SI, ve lo consiglio. A mio avviso non è il migliore romanzo della recente produzione dello zio ma… cosa volete che vi dica…io vi consiglierei anche la lista della spesa del droghiere se fosse scritta da Stephen King .

“Non so con quali armi si combatterà la Terza Guerra Mondiale, ma la Quarta guerra mondiale si combatterà con pietre e bastoni”. [Albert Einstein]

Ammettetelo. Quante volte avete desiderato con un pizzico di ipocrisia di abbandonare i vostri telefoni cellulari, sconnettervi dalla rete, spegnere la TV, sprofondare nel silenzio dei dispositivi elettronici e aprirvi al prossimo in eccessi di umanità incontrollata ?

Quante volte avete invocato pietà per voi stessi quando avete afferrato il vostro smartphone di ultima generazione e, spinti da un istinto compulsivo, avete scorso il pollice sullo schermo per leggere le ultime notifiche, avete riso dei meme più divertenti oppure avete provato appagamento nel vedere il contatore dei like incrementarsi.

Onestamente a me è capitato più volte e sempre mi sono chiesto se è questa la vita che ho sempre desiderato oppure , domanda più inquietante, se esiste una via di ritorno a tutto questo.

“Il Silenzio” di Don Delillo cerca di ipotizzare, in poco più di 100 pagine, uno scenario in cui tutti i televisori smettono improvvisamente di funzionare, tutti i telefoni cellulari si silenziano. Un’apocalisse digitale che avvolge la Manhattan del 2022 (e forse tutto il pianeta) in una nube di silenzio le cui cause sono ignote . Una Black Mirror al contrario, per citare una delle serie Tv di maggior successo.

Il tutto avviene per ironia della sorte nel giorno della SuperBowl, evento sportivo e mediatico per eccellenza.

“Dov’è la fede nell’autorità dei nostri device sicuri, delle nostre capacità di criptaggio, dei nostri tweet, dei troll, e dei bot. Ogni cosa nella datasfera è soggetta a distorsioni o furti ? E a noi non resta che starsene seduti qui a piangere per il nostro destino ?”

Delillo, autore considerato “profetico” (ma lui non si definisce tale) dopo opere come “Rumore Bianco” o “Underworld”, è oggi un signore benestante di 80 anni che scrive i suoi romanzi su una vecchia Olympus del 1975 e che , per scelta, non possiede uno smartphone. Una vita nell’ombra e lontana dai riflettori. Un atteggiamento che, forse, gli ha precluso riconoscimenti ben più ambiti di quelli che a buon ragione è riuscito ad ottenere.  

Quindi quale migliore autore per costruire una siffatta ambientazione utopica ?

Appare subito evidente che a Delillo non interessa spiegare le cause che hanno portato al blackout e non interessa nemmeno ipotizzare un epilogo a questa vicenda. Lo scopo di Delillo è quello di mostrare la reazione umana allo spegnimento di tutte le cose. Lo fa con una prosa molto attenta all’estetica delle parole. Una prosa che mostra, non racconta.

In questo scenario si muovono i cinque personaggi protagonisti della vicenda.

Tessa Barens e Jim Kripps sono coniugi benestanti, due facce della stessa medaglia che nel momento del “blip” sono su un volo di linea di ritorno da una vacanza in Europa. Tessa Barens è una scrittrice di versi , un’artista dedita a mantenere una pratica che dovremmo tutti riscoprire: fissare i dettagli del mondo circostante in un taccuino. Jim Kripps è un distinto signore che non riesce a staccare gli occhi dalle cicliche informazioni del volo sparate dai monitor dell’aereo. In pratica, sono tutto quello che io vorrei essere e tutto quello che io sono.

“Ok, ora ti dico quello che sto scrivendo. Semplice. Alcune delle cose che abbiamo visto”. – “Ma se abbiamo opuscoli, libretti, interi volumi !”. – “Ho bisogno di vederlo scritto con la mia grafia, magari tra vent’anni, ammesso che sarò ancora viva, e trovare un elemento mancante, qualcosa che adesso mi sfugge.”

Li aspettano in un appartamento a Manhattan , televisione sintonizzata sul Super Bowl e birra fresca in frigo, una coppia di amici e un amico dei due. Diane, una stimata insegnante di Fisica,  il marito Max  e Martin, il giovane ex allievo di Diane. Quest’ultimo è decisamente il più grottesco dei cinque: ossessionato dalla teoria della Relatività di Einsten lo vediamo reagire al blackout con un lungo sproloquio complottista filosofico che in maniera semplicistica, ma con pochi timori di essere smentiti, potremmo definire “pippone”.

E’ proprio la reazione dei cinque protagonisti e del mondo circostante a catturare l’attenzione del lettore.

Personaggi che sembrano inseriti in una rappresentazione del teatro dell’assurdo, ognuno dei quali rappresenta un mistero per gli altri (per quanto il loro legame potesse essere stretto), ognuno dei quali racchiuso nell’individualità del proprio schermo.

 Personaggi che si parlano addosso con monologhi filosofici sconnessi,  dialoghi serrati, taglienti e senza senso che strappano più di un amaro sorriso. Il tutto senza volgere lo sguardo verso il proprio interlocutore. L’impossibilità di stabile un contatto, come se la tecnologia fosse un ponte elettronico senza il quale è preclusa ogni possibilità di comunicazione.

Come macchine , che necessitano di un laborioso riavvio per tornare a funzionare, la gente comincia a riversarsi nelle strade , inizialmente con cautela e poi , sulla scia di un senso di liberazione , tutti camminano, si interrogano, tutti si accompagnano vicendevolmente. Il cervello che torna in funzione, piccoli aliti di ricordi che riaffiorano come un sibilo d’aria proveniente da polmoni ottenebrati dal catrame della nicotina. Gli istinti primitivi sopiti che riemergono dal torpore.  Frammenti umani di una civiltà che scivolano nel piano inclinato di una morente tecnologia.

“Quando un elemento mancante viene a galla senza l’ausilio di alcun supporto digitale, ognuno lo annuncia all’altro con lo sguardo perso in lontananza. l’aldilà di ciò che si sapeva da tempo e che è andato smarrito”

In conclusione, “il Silenzio” è un libro veramente molto breve. Lo si consuma con la stessa velocità con la quale si sorseggia un Jack Daniels con ghiaccio. E come un bicchiere di Jack Daniels con ghiaccio, non lascia risposte. Lascia vagare la mente.

Ve lo consiglio ? Si, qualora esca come racconto inserito in un’antologia. Il formato attualmente in libreria e edito da Einaudi, è un libricino tascabile di poche pagine con tanto di copertina rigida. Un formato e un’opera che non giustificano i 14 euro di spesa.

“E’ questo l’abbraccio casuale che segna la caduta della civiltà mondiale ?”