Una soluzione smart al problema del worklife balance

Due parole su “Severance” (tradotto in “Scissione” nella trasposizione in italiano, anche se il termine “Severance” in inglese ha il significato di buona uscita che regolamenta il trattamento di fine rapporto lavorativo) la serie TV thriller fantascientifica di Apple TV creata da Dan Erickson e diretta (per 6 episodi su 9) da Ben Stiller (si, quello delle notti insonni al museo). 

Prima di iniziare ecco a voi il trailer ufficiale in italiano.

Partiamo dalla trama:

Un gruppo di impiegati di una fantomatica mega ditta hi-tech, la “Lumon Corporation”, si sottopone volontariamente ad un procedimento di scissione.

In parole povere la loro memoria viene scissa in maniera netta e indistinguibile tra quella inerente il lavoro e quello che riguarda la sfera privata. In pratica, quando questi entrano dentro gli uffici della Lumon dimenticano completamente quello che sono e quello che fanno nella vita privata e , allo stesso modo, una volta timbrato il cartellino e fuori dalle fredde e (parzialmente) illuminate mura della mega ditta ,dimenticano completamente in cosa consiste il loro lavoro.

Se ci pensate bene è una trovata geniale per risolvere l’annoso problema del worklife balance che è un tema caldo sui tavoli degli uffici del personale delle più grandi aziende hi-tech e notoriamente “demanding” in termini di impegno richiesto.

A volte determinati posti di lavoro possono essere particolarmente impegnativi

In realtà tutto ciò nasconde risvolti inquietanti: Gli uffici della Lumon Corporation sembrano imponenti ma quasi privi di personale. Lunghi e labirintici corridoi illuminati da una forte luce bianca dividono in maniera asettica i vari reparti dell’azienda. Nessuna finestra che affaccia all’esterno, nessuna decorazione adorna le spoglie mura. Non si sa di cosa si occupa l’azienda, non si sa di cosa si occupano nello specifico i vari reparti, non si sa chi vi lavora. Anzi, dei (pochi) dipendenti che frequentano le spoglie e anonime mura della mega ditta si ha una percezione di pericolo: si ha addirittura il dubbio che questi non siano nemmeno esseri umani.

 I quattro impiegati protagonisti della vicenda passano le ore dentro un ufficio vuoto davanti ad un PC ad osservare una griglia di numeri al fine di identificare incomprensibili  pattern ed eliminarli all’interno di misteriosi folder, il tutto per uno scopo che sembra vitale per l’umanità ma che è ignaro a tutti.

In aggiunta il leadership team della “Lumon Corporation” sembra troppo interessato affinché gli impiegati svolgano il loro lavoro in serenità e in maniera produttiva soffocando sul nascere ogni manifestazione (anche embrionale) di rivolta. Il tutto insomma lascia presagire oscuri segreti nascosti ai i dipartimenti della mega ditta.

L’influenza de “L’uomo dei giochi a premi” di Philip Dick (conosciuto poi con “Tempo fuor di sesto”) , in generale a tutta quella fantascienza che attinge a piene mani dall’immaginifico paranoico e la rivendicazione delle ragioni dell’individuo verso le pretese della società , marchio distintivo del grande autore sci-fi americano, è abbastanza palese. In fondo questi sono i semi che hanno dato vita anche ad opere più recenti e più riconoscibili al grande pubblico come “Black Mirror”.

I quattro (e unici?) dipendenti della Lumon Industries

L’atmosfera rarefatta e minimalista è forgiata da una colonna sonora sempre presente ma non invasiva. Il compositore è Ted Shapiro , musicista americano il cui sodalizio artistico perdura da diversi anni (“Zoolander”, “Zoolander 2”, “Tropic Thunder”, “The Secret Life of Walter Mitty”).

La fotografia dipinge un’atmosfera bucolica, hi tech e allo stesso momento decadente che ricorda fortemente “Tales from the loop” (basti vedere lo stile retrò dei PC che i dipendenti utilizzano alla Lumon). La direttrice della fotografia Jessica Lee Gagnè (https://www.jessicaleegagne.com/#All) ha fatto un lavoro incredibile nel rendere stranianti e allo stesso tempo affascinanti delle mura bianche dimostrando una grande attenzione all’aspetto architetturale delle locations.

Queste componenti elevano la cifra stilistica rendendo questa pellicola un prodotto raffinato. Il ritmo, volutamente compassato, non raccomandano il binge watching  dei 9 episodi da circa 1 ora ciascuno, ma consigliano una visione centellinata come un bicchiere di brunello da degustare a piccoli sorsi.

Il cast è di assoluto alto livello: Adam Scott è il protagonista. E’ un Tom Cruise in giacca e cravatta con la  capacità di mutare le espressioni e la recitazione in funzione di quale parte del cervello è attiva: assolutamente strepitoso.

Britt Lower , bellissima e cazzuta è la variabile impazzita del gruppo, colei che rischia di rompere il precario ordine costituito dalla Lumon.

Poi ci sono una serie di super attori sui penso sia inutile raccontarvi quanto sono bravi: Christopher Walken,  Joe Turturro e Patricia Arquette.

Due giganti: Christopher Walken e Joe Turturro

Capirete facilmente che , con queste premesse, alla terza puntata dello show il mio entusiasmo era alle stelle. 

Poi l’entusiasmo e venuto a mancare pian piano. E qui arrivo alle note dolenti..

Tutta la vicenda è basata su degli errori di sceneggiatura che sembrano le buche che potete trovare sulla Tuscolana a Roma. Intendiamoci , detesto coloro che si soffermano sui buchi di sceneggiatura per stroncare una pellicola (soprattutto se questa ha tanti elementi stilistici interessanti), quindi non voglio ammorbarvi su questo aspetto: tappiamoci il naso e passiamo oltre.

Il vero problema di questa opera è il ritmo che non decolla mai. A mio modo di vedere lo show è troppo compassato. La vicenda diventa sempre più incasinata e , man mano che passano gli episodi, invece di trovare risposte alle legittime domande che vi farete se ne aggiungono altre. Insomma, una versione di Lost con la valeriana.

Per carità, molte delle caratteristiche stilistiche di cui sopra sono state il marchio distintivo di una delle migliori serie di fantascienza che ho visto negli ultimi anni (“Tales from the Loop”, qui trovate la mia recensione: https://latanadelconiglio.blog/2021/01/03/lucronia-distopica-di-tales-from-the-loop/), ma stavolta, a differenza dell’opera di Simon Stalenhag, la scintilla non è scattata.

Va bene il cast stellare, apprezzabile la raffinatezza stilistica dell’opera, ottima l’idea di base (minata da buchi di sceneggiatura più o meno grandi disseminati a piacere) ma se cercate una serie con un inizio, uno svolgimento e una conclusione allora dovete cambiare canale. Qui trovate un ottimo inizio, uno svolgimento compassato e confusionario e nessun finale.

“Scissione” è una mystery box concepita per essere sviluppata su più stagioni quindi , come avrete capito, per avere le risposte alle numerose domande che vi farete durante la visione di questa pellicola bisognerà aspettare la seconda stagione. E, francamente, non sono così eccitato all’idea di dovermela sorbire.

Per chi fosse interessato vi lascio al minimale “lancio” che Apple ha fatto della seconda stagione.

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